di Luigi Vinci

Cari compagni, come non pochi tra noi pensano, da tempo le cose stanno evolvendo al peggio per quanto riguarda la prospettiva stessa di sopravvivenza del partito, e ormai siamo al dunque: infatti, pur con le incertezze di un momento politico confuso, il quadro globale sta portando a tutta velocità alla quarta consecutiva sconfitta elettorale di Rifondazione Comunista di portata disastrosa. Se questo avverrà, molto difficilmente il partito disporrà successivamente delle risorse minime di militanti attivi, mezzi materiali e credibilità nel popolo di sinistra per continuare a vivere.

Ci sono momenti della politica in cui le sconfitte sono il risultato di circostanze molto avverse. Ci sono momenti in cui concorrono alle circostanze avverse errori gravi. Ci sono momenti avversi determinati quasi solo da errori gravi, che si riesce a evitare che si trasformino in catastrofi grazie alla capacità di autocritica e di rettifica di un gruppo dirigente. Al contrario, ciò che caratterizza da tempo Rifondazione Comunista non è solo la continuazione sistematica di errori gravi, ma anche il loro rilancio esasperato, accompagnato da un uso del disorientamento e dello smarrimento dei compagni che li scaglia contro presunti nemici interni alla sinistra, impedendogli così di riflettere e di discutere sulle responsabilità, totali, di gruppo dirigente.

Questi errori sono di diversa natura; o meglio, per così dire, sono “su tutta la linea”.

1. Gli errori riguardano, intanto, l’analisi della crisi capitalistica in corso. Una crisi “sistemica”: non si tratta soltanto del tipico fenomeno ciclico che si presenta periodicamente nel corso di una fase del capitalismo: si tratta invece della crisi di una fase, liberista, che dura da trent’anni. Come tale, è una crisi destinata a durare. Essa non solo sta macinando brutalmente da quattro anni condizioni di vita e di lavoro delle classi popolari e assetti democratici, ma continuerà su questa strada in termini sempre più pesanti, a meno di interventi politici effettivamente anticiclici e di politiche industriali di mano pubblica, che intanto fermino la crisi e poi ne rovescino il corso. Di questi interventi però a oggi si vedono nell’Unione Europea solo prime parziali intenzioni, particolarmente in Francia. Ancor meno si vedono a portata di mano nell’UE orientamenti, politici e sul versante della mobilitazione sociale, in grado di portare a un’inversione generale di tendenza. I paesi nei quali è più estesa e forte la mobilitazione sociale risultano a oggi sostanzialmente isolati, in quanto la mobilitazione è essenzialmente la risposta alla particolare durezza delle condizioni create in questi paesi dalla crisi e dalle politiche di feroce “rigore” imposte loro in questi anni dai vertici di comando dell’UE.

A quest’analisi, condivisa a sinistra forse da tutti, Rifondazione Comunista (si intende la sua rappresentanza centrale) aggiunge di suo il carattere “costituente” della crisi e quello parimenti “costituente” delle politiche ultrarestrittive (liberiste-monetariste) e brutalmente antisociali di “rigore” (come, per esempio, il fiscal compact), prodotte in questi anni in sede di UE e imposte ai paesi membri in forma di norme o trattati. “Costituente” di che cosa? Evidentemente, di un corso liberista ancor più aggressivo, per di più scolpito nel bronzo delle legislazioni e delle carte costituzionali dei paesi membri. Sarebbe così all’opera una gigantesca macchina schiacciasassi, di cui tutte le grandi famiglie politiche di governo europee sarebbero organiche complici, chi apertamente chi mimeticamente. Sicché soltanto la mobilitazione sociale (giungendo, sotto la spinta della crisi, delle politiche liberiste e dell’azione della sinistra, alla capacità di rompere gli assetti politici, magari paese per paese, magari tramite la secessione dall’UE, l’uscita dall’euro, ecc.) sarebbe in grado di fermare questa macchina. La sinistra coerente dovrebbe perciò operare, non solo completamente separata, ma in aperta rottura rispetto alle sinistre “moderate” (appunto in quanto organiche coprotagoniste della creazione di questa macchina). Un futuro governo di centro-sinistra capeggiato da Bersani sarà invece la mera continuazione di quello Monti: come afferma il compagno Ferrero, “meglio Grillo che Bersani” (meglio una crisi verticale, di conseguenza, degli assetti globali del paese, politici, economici, istituzionali: aprirebbe la strada, si presume, a una formidabile mobilitazione di masse). Chi collabora con il PD in questa prospettiva di governo sarebbe un traditore o una macchietta: come afferma sempre il compagno Ferrero, “Vendola come Cicchitto”.

Attenzione: vengono spesso menzionati dal versante di Rifondazione Syriza e Mélanchon come buoni esempi da adottare: non c’entrano per niente con queste posizioni. Syriza propose a suo tempo alle forze della sinistra moderata di governare insieme la Grecia. Il Front de Gauche in vista del secondo turno delle elezioni parlamentari invitò i propri elettori a sostenere i candidati socialisti.

Si tratta, in realtà, di una visione, quella di Rifondazione:
analiticamente sbagliata: essa seleziona alcuni dati, indubbiamente reali, ma esasperandone o
stravolgendone portata e significati, ne esclude altri, soprattutto quelli più recenti, e prosegue a
filastrocca comiziando di carattere “costituente” di questo e di quello
– “ideologica” (in senso gramsciano): essa comincia con un assunto astratto (con un sofisma),
appunto il carattere “costituente” di questo e di quello, poi seleziona e al tempo stesso esaspera i
dati che paiono confermare il sofisma e pone come irrilevanti gli altri
– soprattutto, fuorviante: essa porta a un orientamento settario ed estremizzante, a praticare rotture una dopo l’altra a sinistra, a trovarsi infine nell’isolamento più completo; porta quindi a
precludersi in sede politica generale e in sede istituzionale nazionale ogni possibilità realistica di
operare a effettivo contrasto della crisi e dei suoi negativi effetti sociali, economici e sul piano
della democrazia
– e autodistruttiva: essa sta portando a una quarta sconfitta elettorale disastrosa, in altre parole, all’inesistenza parlamentare, e, “a monte di essa”, vuoi alla scomparsa di fatto, vuoi all’opinione definitiva nel popolo di sinistra dell’inutilità politica di Rifondazione.

Gramsci argomentò come ciò che lo divideva da Bordiga era, in ultima analisi, che questi “non vedeva le differenze”, nel quadro politico e in quello sociale, che non si limitavano a quelle, certo essenziali, di classe. Le cose per Bordiga o erano bianche o erano nere: egli dunque non vedeva il 95% della realtà, fatto delle infinite sfumature del grigio. Così l’attuale Rifondazione.

2. Concretamente, Rifondazione continua a ragionare dell’UE come se in essa, per gli aspetti di fondo, non stia cambiando niente, essa continui tranquillamente a essere ciò che è stata nei primi quindici anni (una macchina liberista-antisociale ben oliata ed efficace), poi ciò che è stata dall’inizio della crisi e fino alle elezioni francesi, per il tramite del suo comando concreto, impersonato da Merkel e Sarkozy (una macchina liberista impegnata in un attacco globale e devastante alle condizioni di vita e di lavoro delle classi popolari, con il pretesto della lotta al debito pubblico, alla speculazione finanziaria, alla crisi economica). Senza togliere nulla al fatto che il grosso dei governi europei, il Consiglio Europeo, la Commissione Europea, la Banca Centrale Europea sono in mani liberiste, va constatato come, al contrario, oggi questo non sia più per nulla uno schieramento compatto, bensì una macchina che si è ingrippata e che sta andando a pezzi.

Intanto questo avviene per via del cambiamento francese, cioè la vittoria elettorale in Francia delle sinistre e del socialista Hollande. Ma anche (analisi questa che Rifondazione evita con cura) avviene, al fondo, perché le ricette liberiste-monetariste, aggravando la crisi economica e sociale, hanno scombinato le prospettive della stessa destra liberista tedesca, portato a una mobilitazione crescente in alcuni paesi di mondo del lavoro e movimenti giovanili e a divaricazioni all’interno e tra potentati capitalistici. L’establishment politico liberista europeo perciò risulta oggi disarticolato su questioni sostanziali, di immensa importanza per quanto riguarda l’andamento futuro della crisi e degli effetti della crisi sulla condizione delle classi popolari. BCE, Commissione Europea, la maggior parte dei governi liberisti europei, tra i quali quello spagnolo, il governo francese, su alcuni punti persino quello italiano appaiono in conflitto con il governo tedesco. Non solo: conflitti acuti attraversano ormai la stessa destra liberista tedesca. Soprattutto, la gestione politica dell’UE sta andando a pezzi sul versante, assolutamente importante, delle socialdemocrazie. In esse si è riaperta la discussione (chiusa a destra quasi immediatamente dopo il Trattato di Maastricht) sulla configurazione globale delle politiche economiche, sociali e di bilancio e sugli assetti istituzionali dell’UE, con ritorni a posizioni riformiste-keynesiane più o meno ampie (in una parte del PD, a posizioni che echeggiano quelle che furono del PCI). E’ facile capire perché questo accada alle socialdemocrazie: accanto al fallimento economico delle ricette liberiste-monetariste esse subiscono il disastro materiale che colpisce i loro elettorati popolari, la radicalizzazione dei sindacati, la crisi di tenuta dei partiti stessi, caratterizzata da varie forme interne di protesta, ridislocazioni a sinistra di ampie parti di militanza e di elettorato, spostamenti sull’astensione o sul populismo di altre parti di elettorato, ecc.

Ancora, Rifondazione ragiona sull’UE (a nome del carattere “costituente” di questo e di quello) come se essa sia a tutti gli effetti uno stato, quindi funzioni come uno stato. Ma essa non è uno stato, e funziona in tutt’altra maniera. Concretamente, in essa tutto è “costituente” e al tempo stesso nulla veramente lo è: in quanto essa funziona sulla base di trattati e accordi tra stati sovrani. Quindi nell’UE è successo di continuo che gli orientamenti “costituenti” (i famosi parametri di bilancio del Trattato di Maastricht, per esempio) venissero accantonati, pur continuando a esistere sulla carta, nel momento in cui i governi nel loro insieme o i governi più forti decidevano di fare i loro comodi. Il parametro che vuole che il debito pubblico di uno stato non debba superare il 60% del suo PIL non è stato praticato per ben quindici anni (d’altra parte non ha alcun senso macroeconomico: è stato recuperato come “fondamentale” solo di fronte alla crisi, poiché l’establishment capitalista europeo ha inteso farne lo strumento numero uno della sua offensiva antisociale). Inoltre, se nei momenti più o meno tranquilli la gestione dell’UE è stata affidata principalmente ai burocrati della Commissione Europea, nei momenti di cambiamenti importanti o di crisi il potere è sempre stato centralizzato, formalmente dai governi dei paesi membri, nell’esperienza storica dall’accordo tra i governi di Francia e Germania.

Una tale constatazione dovrebbe far capire perché sia importante che al governo francese, che si sta sempre più smarcando da quello tedesco, si affianchi qualcosa in Italia che gli somigli: diverrebbe possibile condizionare la crisi degli assetti di gestione e degli orientamenti dell’UE nel senso del prelievo fiscale dai grandi patrimoni immobiliari e dalla speculazione finanziaria, della cessazione della pressione sul mondo del lavoro e sullo stato sociale, di misure di mutualizzazione del debito degli stati, di eurobond ovvero di mezzi da destinare a politiche industriali, e dunque effettivamente alla ripresa economica, ecc. Per adesso nelle riunioni a Bruxelles si litiga e si rinvia: ma questo esattamente significa che basta poco a che il bastone possa essere piegato, ancorché in un contesto di scontri aspri e di incertezze più o meno sostanziali, dalla parte giusta. Incertezze: una tale constatazione dovrebbe a sua volta far capire quanto sia importante che la sinistra entri tutta nella partita. Se oggi, infatti, il problema è come possa determinarsi una possibilità, a quel punto il problema sarà come passare dalla possibilità alla sua effettività.

3. Quanto all’Italia, concretamente, Rifondazione appare addirittura incapace di cogliere ciò che è evidente anche ai sassi, che nel PD è in corso una guerra civile non banalmente di potere tra questo o quel segmento di quadri dirigenti e di apparati o su quisquilie, ma tra posizioni alternative di significato anche strategico. Non a caso: si tratta di un effetto quasi necessario del disastro sociale ed economico determinato dalla crisi e dalle politiche liberiste-monetariste imposte dal duo Merkel-Sarkozy e portate avanti nell’ultimo anno dal governo Monti. Un partito, il PD, estremamente composito culturalmente, reso però politicamente omogeneo alla nascita da un’adesione corale più o meno organica al liberismo (con tanto di coinvolgimento esteso della CGIL), è entrato quindi in crisi esso pure, in analogia alle socialdemocrazie europee, in fatto di prosecuzione o meno di quelle politiche, dividendosi tra quanti continuano a volerle e addirittura, alcuni, le radicalizzerebbero (come in punto di teoria impone il liberismo, date le circostanze attuali, cioè l’aggravamento della crisi determinato dal liberismo stesso, in modo da dare la legnata definitiva al mondo del lavoro), e quanti invece di quelle politiche vogliono un rovesciamento radicale (una parte dello stesso gruppo dirigente centrale) o una rettifica sostanziale su terreni importanti (un’altra parte).

Concretamente, ancora, Rifondazione appare incapace di cogliere come la CGIL nel suo sostanziale complesso abbia avuto in questi anni della crisi uno spostamento importante a sinistra dei propri orientamenti, e che essa abbia anche funto da opposizione politica di sinistra di massa, a fronte di un PD obbligato al sostegno al governo Monti da Napolitano, liberisti e semiliberisti interni, illusioni iniziali della larga maggioranza stessa del quadro dirigente, e a fronte della frammentazione e della conseguente estrema debolezza della sinistra politica.

4. Tra gli effetti di errori di analisi e di orientamento c’è in Rifondazione anche una sorta di sogno a occhi aperti che non finisce mai, fatto di interventi soccorritori di tipo elettorale da parte di altre forze della sinistra, non solo politiche ma sindacali e di movimento: rimuovendo o sottovalutando, in questo sogno, prospettive politiche e itinerari reali di queste forze. Cambiano di continuo i presunti soccorritori, via via che le loro prospettive si fanno evidenti e i loro itinerari si consolidano, ma il sogno continua a esserci.

Questa forse la cosa più sconfortante: il settarismo e l’estremismo storici hanno la dignità di accettare senza lamentele e senza dimenarsi l’isolamento, l’inesistenza elettorale, l’esclusione dalle assemblee rappresentative. Sconfortante, poi, è che il sogno di soccorritori venga dal lato di una formazione politica che ha prodotto con le proprie mani il proprio isolamento, da quasi subito dopo Chianciano in avanti. Nel caso di Rifondazione siamo al paradosso di una politica di splendido isolamento e di anatemi nei confronti di chi a sinistra si muova su altri indirizzi, e dell’invenzione frenetica di soccorritori elettorali. Sconfortante, infine, è che si continui in un atteggiamento schizofrenico dinanzi ai diversi tipi di consultazioni elettorali: le coalizioni sono ammesse, anzi ricercate, e largamente praticate, nella circostanza di elezioni amministrative e regionali, sono radicalmente rifiutate nella circostanza delle elezioni parlamentari. La “diversità di livello” giustifica davvero questa posizione? Forse che a Roma o in Lombardia, per fare degli esempi, ci si cimenta con ordini di questioni o con orientamenti del PD radicalmente diversi da quelli nazionali? Il fatto vero è che in periferia il partito è orientato nelle sue scelte dalla concretezza, mentre non è così al centro.

Tornando al sogno dei soccorritori, concretamente il “cerchio elettorale puramente democratico” del centro-sinistra a cui si sarebbe potuto partecipare, restando cioè fuori da un’alleanza programmatica più ampia, non è mai esistito. Non aveva alcun senso trasformare qualche discussione approssimativa di due o tre anni fa con il PD in un accordo. In ogni caso, anche se si fosse trattato di qualcosa di più serio, la caduta del governo Berlusconi ne ha tolto di mezzo ogni possibilità. Ma soprattutto non è mai esistita la costituzione di uno schieramento elettorale di tutta la sinistra separato dal PD: le posizioni di SEL sono sempre state chiarissime. Allo stato attuale delle cose non c’è in vista nessuna intesa, neanche di massima, con IdV. Oltre al palese (e, d’altra parte, prevedibilissimo) tentativo di IdV di rientro nel centro-sinistra, in una forma o nell’altra (rientro che, se Bersani vincerà “bene” le primarie è molto probabile), c’è che Di Pietro ritiene che l’alleanza con Rifondazione gli farebbe perdere voti. Ancora, non ci sarà nessun soccorso dal lato della FIOM: è un sindacato già pieno di guai sul versante dei padroni per andarsene a cercare di ulteriori con avventure politiche, addirittura ha risolto in questi mesi il problema di una sinistra interna velleitaria cacciandola dalla propria gestione. E a tagliare la testa al toro c’è il fatto che in questo momento la FIOM, guardando alle elezioni, sta operando nel senso di usare sia SEL che IdV e PD come veicoli per portare in Parlamento figure sue o contigue.

Certo, la situazione politica italiana è molto fragile: ma non tutto è davvero incerto, ci sono cose già assodate, altre molto probabili, di incerto resta poco. Certo, se Renzi vincesse le primarie del PD tutto salterebbe per aria e tutto sarebbe da ridiscutere. Ma Renzi vincerà le primarie? Allo stato non appare probabile.

5. Tra gli errori di analisi e di orientamento di Rifondazione, in ultimo, c’è di aver assiduamente impedito, con particolare tenacia da parte del compagno Ferrero, la costituzione della Federazione della Sinistra in soggetto politico effettivo, e di averla conseguentemente ridotta a litigioso cartello elettorale. Inoltre le divergenze di orientamento rispetto alle altre forze interne alla FdS sono state sistematicamente presentate come l’effetto di opportunismi individuali, tatticismo, politicantismo, ecc. Si è trattato e si tratta di qualcosa di sostanzialmente diverso, di molto più semplice e di molto più afferente alla politica: c’è nella FdS chi ritiene che nelle circostanze di questo momento dell’Italia ci sia da optare per una politica di largo schieramento, di largo fronte, quindi di accordi politici anche elettorali tra forze di sinistra e di centro-sinistra. Infatti quest’opzione, si ritiene, è, oltre che effettivamente praticabile, utile alle classi popolari e alla democrazia, non è un’illusione. Ancora, questa parte della FdS ritiene probabile che gli sviluppi della crisi economica e sociale renderanno quest’opzione ancor più valida; tuttavia, che anche i varchi per il populismo e per l’estrema destra potrebbero allargarsi, ciò che rafforzerà ulteriormente la necessità di creare fronti larghi, prima di tutto per prevenire un crollo democratico. E’ questo uno dei due lati del contenzioso, tutto politico, che sta ormai dissolvendo la FdS.

Sul piano della prospettiva elettorale, il contenzioso è se andare, dopo aver eventualmente constatato l’inesistenza di “soccorritori”, a un’intesa con Sinistra Critica, il gruppo del compagno Cremaschi, qualche altra realtà parimenti minuscola (ed è questa la posizione del compagno Ferrero), oppure andare a un’intesa con il blocco di centro-sinistra nel suo complesso, concordando alcuni obiettivi importanti, soprattutto in sede di tenuta sociale (si tratta, in breve, delle richieste, sostanzialmente identiche, fatte da CGIL e FIOM a PD e sinistra).

6. Tutto quanto oggi, in Europa come in Italia, appare, paragonato alle nostre attese, parziale, imperfetto, pieno di ambiguità e di lacune, oppure cupamente negativo. Ma, al tempo stesso, parzialità, imperfezione, ecc. costituiscono una serie di varchi, offrono alla sinistra la possibilità di essere politicamente utile, di creare argini e momenti di controffensiva, ovvero di essere utile in senso globale, su tutta l’estensione delle questioni che travagliano il nostro paese e le sue classi popolari: le questioni, certamente, che più immediatamente riguardano il mondo del lavoro e la condizione di vita delle classi popolari, ma anche quelle dell’estensione del campo dei diritti universali, della ripresa economica, del “modello” produttivo, del ruolo del pubblico, ecc., parimenti quelle della tenuta della democrazia e di un suo sviluppo partecipato.

Dovrebbero perciò essere il punto di partenza di ogni ragionamento politico a sinistra non basato su sofismi e su illusioni, ma realistico, i seguenti interrogativi molto concreti:
– se si siano costituiti oppure no varchi, magari non molto ampi, tuttavia significativi (da praticare ovviamente sia con la lotta politica aperta che con la mobilitazione sociale), tali da consentire di creare un primo argine in Italia al liberismo, porre termine alla distruzione delle condizioni di vita del mondo del lavoro, dei pensionati, delle donne, dei giovani, consolidare e ampliare il sistema dei diritti universali sociali e di cittadinanza
– varchi tali, inoltre, da consentire di riavviare la macchina economica, creare politiche di difesa del reddito popolare, politiche industriali, politiche ambientali, ecc.
– varchi tali da consentire di rovesciare la frammentazione della mobilitazione sociale, il suo
carattere disperatamente difensivo, le sue sconfitte una dopo l’altra
– varchi tali da consentire di contrastare e porre termine al ripiegamento qualunquista e populista di una parte ormai ampia della nostra gente, al suo scoraggiamento, alla sua disorganizzazione, alla sua convinzione della mancanza di una prospettiva positiva effettiva, anche se faticosa, a tappe, ecc.
– varchi tali da consentire di porre un freno alla crisi della democrazia e di riqualificarla.

Secondo, il ragionamento politico dovrebbe chiedersi se non sia questa una buona strada anche per tornare a far pesare adeguatamente la sinistra nella politica e nella società, e a renderla così determinante, in quanto nuovamente considerata dal popolo di sinistra come socialmente utile. Così anche salvando dall’estinzione un corpo militante tuttora ampio e generoso e la sua collettività organizzata. Non è un obiettivo minore, in ultima analisi: come scrisse Lenin, la lotta di classe avviene in forme politiche e culturali determinate, e a farle essere efficaci e, nelle crisi, in grado di realizzare anche obiettivi anticapitalistici c’è l’attività di un partito anticapitalistico di massa. Altrimenti si tratta di illusioni.

Sono queste le domande che dovreste porvi, cari compagni, e in tempi politici diventati ormai molto stretti.

Pubblicato il 24/10/12