La guerra, la pace e la sicurezza che ancora non abbiamo

Una riflessione a partire da due articoli de «Il manifesto»

Martedì 26 settembre, sulle pagine de Il manifesto, Francesco Strazzari ha pubblicato «Kiev e difesa europea, le ambiguità e i bersagli sbagliati». Domenica 29 settembre, sullo stesso giornale, Francesco Vignarca è tornato sul tema con «Ucraina, l’unica sicurezza possibile è alternativa al pensiero bellico». Due interventi diversi per impostazione e sensibilità, ma che, letti insieme, pongono una questione che va ben oltre il dibattito sulle singole forniture di armi o sulle responsabilità dei diversi attori: che cosa intendiamo oggi per sicurezza europea? È una domanda alla quale non basta rispondere scegliendo tra guerra e pace, tra riarmo e disarmo, tra sostegno militare e negoziato. Perché proprio questa contrapposizione rischia di impedirci di vedere il problema nella sua interezza.

Strazzari parte da una constatazione importante: la guerra ha sempre diviso la sinistra e pretendere, di fronte all’Ucraina, un’unanimità che storicamente non è mai esistita significa chiedere alla politica qualcosa che la storia non concede. Ma il dissenso non dovrebbe trasformarsi in ambiguità. Occorre distinguere i fatti dalle ipotesi, le responsabilità accertate dalle attribuzioni, senza per questo negare l’esistenza di una minaccia. Nel suo articolo insiste proprio su questo punto: riconoscere la minaccia non significa accettare che ogni episodio venga automaticamente attribuito a Mosca, così come contestare una determinata risposta militare non significa negare la realtà dell’aggressione russa. 

Vignarca raccoglie quella sollecitazione e la sposta su un altro terreno. Se l’ambiguità impedisce di comprendere la minaccia, sostiene, esiste anche un’altra ambiguità: quella di chi presenta ogni nuovo sistema d’arma come decisivo senza spiegare quale dovrebbe essere il percorso politico capace di condurre alla fine della guerra. La domanda, allora, non è soltanto quali armi fornire o quanti armamenti acquistare, ma come uscire dalla guerra. È una domanda semplice soltanto in apparenza. Perché una cosa deve essere chiara: la pace non può essere costruita ignorando la sicurezza. Un Paese aggredito deve poter difendere la propria popolazione e il proprio territorio. E un’Europa che voglia essere politicamente autonoma non può affidare interamente ad altri la propria sicurezza.

Lo stesso Strazzari osserva che il problema europeo non è soltanto quello della capacità militare, ma della capacità politica di decidere, controllare, garantire e verificare. Ma proprio da qui nasce il problema successivo: sicurezza e militarizzazione non sono sinonimi. Una società è sicura quando può proteggere le proprie infrastrutture, le reti energetiche e di comunicazione, quando è capace di contrastare sabotaggi e interferenze, quando riduce le proprie dipendenze strategiche, quando dispone di istituzioni democratiche solide e di strumenti diplomatici efficaci. La sicurezza, insomma, non si misura soltanto contando carri armati, missili o droni.

È questo il punto nel quale i due articoli si incontrano maggiormente. Strazzari parla della necessità di una vera cultura strategica europea, nella quale ci si chieda non soltanto quante armi acquistare, ma chi decide, per quali fini, con quali limiti e sotto quale controllo. Vignarca propone una concezione ancora più ampia, quella della «pace positiva»: non semplicemente smettere di sparare, ma costruire condizioni nelle quali nessuno abbia più convenienza a ricominciare. 

È una distinzione decisiva.

Un cessate il fuoco può fermare le armi, ma non necessariamente la guerra. Un accordo può congelare un conflitto senza risolverne le cause. La storia recente è piena di conflitti sospesi che, invece di concludersi, hanno semplicemente aspettato il momento per riaccendersi. Vignarca richiama proprio questa tendenza alla «non chiusura» delle guerre contemporanee e invita a considerare anche tregue parziali, scambi di prigionieri, accordi limitati e mediazioni come possibili passaggi verso una soluzione più ampia. 

Ma anche qui serve realismo. Il negoziato non si costruisce semplicemente dichiarando di volerlo. Ha bisogno di condizioni politiche, di interlocutori e di un equilibrio nel quale la prosecuzione del conflitto non appaia più conveniente della ricerca di un accordo. È il tema della deterrenza affrontato da Strazzari: dissuadere non significa necessariamente preparare una guerra più grande, ma rendere meno conveniente per l’avversario l’uso della forza, mantenendo contemporaneamente aperta una possibilità di accordo. 

È forse proprio questa la discussione che manca.

Abbiamo trasformato il dibattito in una successione di alternative: o sostieni l’Ucraina oppure vuoi la resa; o chiedi più armi oppure sei per il disarmo; o sei con la resistenza oppure sei con Putin. Una discussione costruita in questo modo non aiuta a comprendere la realtà. E soprattutto impedisce di porre le domande più difficili.

Quale difesa europea vogliamo? Che politica estera? Quale rapporto con gli Stati Uniti? Quali strumenti diplomatici? Quali garanzie per un eventuale cessate il fuoco? Quale ruolo dell’Europa nella ricostruzione dell’Ucraina? E soprattutto: quale ordine di sicurezza europeo immaginiamo dopo questa guerra?

Queste domande riguardano il futuro dell’Europa molto più della quantità di una singola fornitura militare. L’Europa, nata dopo due guerre mondiali con l’ambizione di rendere la guerra fra i suoi Stati sempre più impensabile, rischia oggi di scoprire la propria unità soprattutto sul terreno della difesa. Ma una vera autonomia europea non può consistere soltanto nell’acquistare insieme più armi. Deve significare anche avere una politica estera capace di parlare con una voce propria, una diplomazia dotata di strumenti adeguati, una capacità di prevenzione dei conflitti e un controllo democratico delle scelte sulla sicurezza.

Altrimenti rischiamo una contraddizione: costruire una difesa europea senza costruire una politica europea.

Ed è forse questo il punto politico più importante che emerge dai due articoli. Non dobbiamo scegliere tra la sicurezza e la pace. Dobbiamo chiederci quale idea di sicurezza possa rendere possibile una pace duratura. Perché anche l’alternativa tra armi e diplomazia è, in fondo, troppo semplice. La diplomazia senza una capacità credibile di difesa rischia di rimanere priva di strumenti. Ma una politica di sicurezza affidata esclusivamente alla forza militare rischia di non vedere il momento nel quale la forza deve lasciare spazio alla politica.

La pace, allora, non è il contrario della sicurezza. È il suo obiettivo ultimo. E una politica europea all’altezza della sua storia dovrebbe avere il coraggio di tenere insieme entrambe: la capacità di difendersi e quella di negoziare, la deterrenza e la diplomazia, la protezione immediata e la costruzione di un ordine futuro. Non sappiamo quando e come questa guerra potrà finire. Ma possiamo scegliere quale domanda porci mentre continua. Non soltanto come vincere la guerra, ma come costruire le condizioni perché non sia necessario combatterne un’altra. È una differenza enorme. Ed è probabilmente da qui che dovrebbe ricominciare la politica europea.

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