Dal diritto alla salute al mercato della sanità
Ci sono dati che, più di altri, raccontano la direzione nella quale sta andando un Paese. Il rapporto odierno dell’Area Studi di Mediobanca sulla sanità privata in Italia appartiene a questa categoria. Da una parte certifica una crescita costante del fatturato dei principali gruppi sanitari italiani, aumentato del 22% rispetto al 2019 e destinato a crescere ancora nel 2025; dall’altra documenta un sistema pubblico che continua a investire nella sanità una quota di ricchezza nazionale inferiore a quella delle altre economie europee e che, secondo le previsioni, manterrà sostanzialmente invariato questo livello anche negli anni a venire.
Non sono due fenomeni paralleli. Sono le due facce della stessa trasformazione.
Mentre aumenta la domanda di salute, sospinta dall’invecchiamento della popolazione, dalla crescita delle patologie croniche e da bisogni assistenziali sempre più complessi, il Servizio Sanitario Nazionale vede progressivamente restringersi il proprio spazio d’azione. Le liste d’attesa continuano a rappresentare uno dei principali ostacoli all’accesso alle cure, un cittadino su dieci rinuncia a curarsi per ragioni economiche o per i tempi di attesa, la spesa sostenuta direttamente dalle famiglie raggiunge livelli che solo pochi anni fa sarebbero apparsi impensabili. Non si tratta di episodi isolati, ma elementi di un cambiamento strutturale.
Questa evoluzione non nasce oggi. Le sue radici affondano almeno negli anni Novanta, quando l’aziendalizzazione della sanità venne presentata come lo strumento capace di migliorare l’efficienza del sistema. Introdurre criteri manageriali, responsabilità economiche e logiche di bilancio appariva una scelta ragionevole; tuttavia, insieme a quella riforma, si è progressivamente affermata un’idea diversa della sanità, nella quale il linguaggio dei diritti ha lasciato sempre più spazio a quello delle prestazioni, dei costi, della produttività e dell’equilibrio finanziario. Da allora, stagione dopo stagione, il tema delle risorse è stato affrontato quasi esclusivamente come un problema di contenimento della spesa e non come una scelta di investimento sociale.
È in questo quadro che la crescita della sanità privata assume un significato che va ben oltre il successo economico di un settore. Quando un numero crescente di cittadini si rivolge a strutture private perché il servizio pubblico non riesce più a garantire tempi compatibili con i bisogni di salute, non siamo di fronte a una semplice redistribuzione dell’offerta sanitaria. Assistiamo, piuttosto, allo spostamento progressivo della tutela della salute dal terreno dei diritti a quello delle possibilità economiche. Il tempo di accesso alle cure finisce così per dipendere sempre meno dalla gravità della patologia e sempre più dalla disponibilità di reddito.
La spesa sanitaria privata, che sfiora ormai gli ottanta miliardi di euro all’anno, non rappresenta soltanto un dato economico. È la misura di quanto il costo della salute sia stato trasferito, negli anni, dalle finanze pubbliche ai bilanci delle famiglie. Ogni visita specialistica pagata per evitare mesi di attesa, ogni esame diagnostico prenotato fuori dal Servizio Sanitario Nazionale, ogni prestazione sostenuta di tasca propria raccontano la stessa storia: ciò che un tempo era garantito come diritto universale viene progressivamente rimesso alla capacità individuale di sostenerne il costo.
Si produce così una frattura profonda, perché la malattia torna a essere anche una questione economica. Chi dispone delle risorse necessarie può acquistare il tempo che il sistema pubblico non è più in grado di assicurare; chi non le possiede è costretto ad attendere oppure, sempre più spesso, a rinunciare. È difficile immaginare una smentita più radicale del principio di uguaglianza che aveva ispirato la nascita del Servizio Sanitario Nazionale.
La situazione della Liguria conferma questa tendenza. La Corte dei Conti parla di un disavanzo in crescita, di liste d’attesa che continuano a presentare «indubbie problematicità» e di una mobilità sanitaria passiva crescente che sottrae risorse al sistema regionale. Non sono semplici inefficienze amministrative, ma l’espressione di un modello che fatica sempre più a garantire un diritto fondamentale in condizioni di effettiva universalità.
Colpisce, in questo contesto, la distanza tra la gravità dei dati e la marginalità del tema nel dibattito politico nazionale. Si discute di sicurezza, di immigrazione, di emergenze reali o presunte, mentre la progressiva erosione del Servizio Sanitario Nazionale viene spesso raccontata come una sequenza di problemi tecnici: un direttore generale da sostituire, un piano di rientro, una riorganizzazione aziendale, una nuova piattaforma per le prenotazioni. Tutto importante, ma insufficiente a nascondere la questione essenziale: quale idea di Stato emerge quando la tutela della salute viene progressivamente affidata alle dinamiche del mercato?
La risposta è contenuta negli stessi dati che descrivono la crescita della sanità privata. Non è quest’ultima ad occupare spazi che prima non esistevano; sono gli spazi lasciati liberi dal progressivo arretramento dell’intervento pubblico. E ogni arretramento non produce soltanto nuove opportunità economiche, ma modifica il patto di cittadinanza sul quale è stata costruita la Repubblica.
L’articolo 32 della Costituzione non riconosce la salute come un bene da acquistare, ma come un diritto fondamentale dell’individuo e un interesse della collettività. Per questo la questione sanitaria non riguarda soltanto l’organizzazione degli ospedali o l’equilibrio dei bilanci pubblici. Riguarda la natura stessa della nostra democrazia, perché una società nella quale il diritto alle cure dipende sempre più dalla capacità di spesa non è semplicemente una società con un sistema sanitario diverso: è una società nella quale il principio di uguaglianza perde, silenziosamente ma inesorabilmente, una parte decisiva del proprio significato.

