Ogni anniversario del G8 di Genova produce lo stesso fenomeno. Le immagini della Diaz, di Bolzaneto, di Carlo, delle cariche in piazza, tornano a occupare le pagine dei giornali e i social network. È giusto che sia così. Quelle ferite appartengono alla storia della Repubblica e non possono essere archiviate.
Ma c’è una memoria più sottile che rischia di essere smarrita: quella del movimento che precedette la repressione.
Oggi quasi tutti si riconoscono nella condanna di quanto accadde alla Diaz e a Bolzaneto. Le sentenze italiane e quelle della Corte europea dei diritti dell’uomo hanno stabilito responsabilità precise. Su questo il giudizio storico è ormai consolidato. Molto meno condivisa, allora come oggi, è invece la memoria del Genoa Social Forum e delle idee che portarono centinaia di migliaia di persone a Genova.
Il rischio è che si costruisca una memoria selettiva: tutti contro la repressione, quasi nessuno disposto a ricordare che cosa chiedeva quel movimento.
Eppure il movimento contro il G8 non nacque intorno alla denuncia della violenza dello Stato. Nacque attorno a un’idea diversa di globalizzazione. Si parlava di regolazione della finanza internazionale, di tassa sulle transazioni finanziarie, di cancellazione del debito dei Paesi più poveri, di accesso universale ai farmaci, di beni comuni, di ambiente, di cambiamenti climatici, di diritti del lavoro, di pace. Si denunciava il potere crescente dei grandi organismi economici internazionali e la riduzione della politica a semplice amministrazione dei mercati.
Molte di quelle parole, all’epoca considerate ingenue o estremiste, sono oggi entrate nel lessico della politica e delle istituzioni internazionali. La crisi finanziaria del 2008, la pandemia, le disuguaglianze globali e la crisi climatica hanno dato a molte di quelle intuizioni una sorprendente attualità.
Eppure nel luglio del 2001 una parte significativa della sinistra istituzionale guardava con diffidenza quel movimento. Alcuni partiti vi aderirono apertamente. Altri decisero di non farlo. Non per caso, ma per scelta politica. Temevano la radicalizzazione dello scontro, giudicavano quel movimento privo di una prospettiva di governo, ne sottovalutavano la portata culturale.
È una distinzione che oggi sembra essersi dissolta.
A distanza di venticinque anni, molti raccontano Genova come se tutta la sinistra fosse stata dalla stessa parte fin dall’inizio. Non è andata così.
Dopo la Diaz e Bolzaneto, quasi tutte le forze democratiche denunciarono gli abusi e chiesero verità e giustizia. Fu una reazione doverosa. Ma non dovrebbe cancellare il dibattito politico che precedette quei giorni. Ricordare significa anche avere il coraggio di riconoscere le proprie esitazioni, le proprie paure, i propri errori di valutazione.
La storia non serve a distribuire patenti di coerenza. Serve a comprendere.
Per questo Genova continua a interrogarci. Non soltanto su come uno Stato democratico possa arrivare a sospendere i diritti fondamentali dei cittadini. Ma anche su come la politica reagisca di fronte ai movimenti che anticipano i cambiamenti. Le domande poste dal Genoa Social Forum non furono cancellate dalle cariche della polizia. Furono semmai sommerse dal rumore della violenza.
Venticinque anni dopo, sarebbe forse il momento di restituire dignità anche a quel dibattito. Perché senza le idee del movimento, la repressione diventa soltanto una tragedia. E senza la memoria della repressione, quelle idee perdono il prezzo che molti pagarono per averle portate nelle piazze.
La storia di Genova è fatta di entrambe le cose. Separarle significa impoverirla. Confonderle significa riscriverla.

