Il Mondiale di chi guarda dalla finestra

Sono iniziati i Mondiali di calcio. Per un mese il pianeta parlerà una lingua comune fatta di partite, classifiche, pronostici e miti destinati a durare una stagione o una generazione. Il calcio continua a essere uno dei pochi fenomeni capaci di produrre simultaneamente mercato globale e appartenenza collettiva.

L’Italia, ancora una volta, non ci sarà.

La terza esclusione consecutiva della nazionale dal campionato del mondo è stata raccontata come una tragedia sportiva, un’umiliazione nazionale, una vergogna da attribuire di volta in volta all’allenatore, alla federazione, agli stranieri in campo, ai giovani che non giocano più per strada o a qualche presunto tradimento dello spirito italiano.

Sono spiegazioni facili. E quasi sempre insufficienti.

In un recente articolo su Punto Critico, Antongiulio Mannoni – coautore de “Visioni di gioco. Calcio e società da una prospettiva interdisciplinare”, Il Mulino, 2024 – ha proposto una lettura diversa e più scomoda: considerare la crisi del calcio italiano come parte di una crisi più generale del sistema economico e produttivo del Paese. Non un incidente sportivo, dunque, ma un sintomo. Vale la pena raccogliere quella provocazione e portarla fino in fondo.

Perché il punto non è soltanto che l’Italia non si sia qualificata. Il punto è chiedersi perché un Paese che per decenni è stato una potenza calcistica mondiale oggi fatichi a costruire continuità, investimenti, infrastrutture, ricambio.

Il calcio contemporaneo non è più il campionato del quartiere moltiplicato per cento. È una grande industria internazionale che mette insieme finanza, urbanistica, comunicazione, turismo, infrastrutture, diritti televisivi, fondi di investimento e gestione dei flussi globali. I Mondiali del 2026 rappresentano perfettamente questa trasformazione: tre Paesi organizzatori, decine di città coinvolte, un sistema in cui i costi organizzativi ricadono in larga parte sui territori mentre la gran parte dei ricavi viene concentrata al centro. Non è una novità del calcio: è il modello dominante dell’economia contemporanea.

Lo sport non sfugge alla logica del capitalismo globale. La incorpora.

Dentro questo scenario il calcio italiano mostra limiti che assomigliano molto a quelli del Paese. Piccole dimensioni, scarsa capitalizzazione, forte dipendenza da poche proprietà, difficoltà a programmare nel lungo periodo, infrastrutture obsolete, lentezza amministrativa, tendenza a difendere rendite invece di costruire sviluppo.

Non è una coincidenza.

Per anni abbiamo raccontato il calcio italiano come un’eccellenza naturale: la tattica migliore, gli allenatori migliori, il campionato più difficile. Ma mentre celebravamo il nostro passato, altri costruivano il futuro. La Spagna investiva in centri di formazione. La Germania riformava il settore giovanile. L’Inghilterra trasformava gli stadi in poli economici e sociali. In molti casi si può discutere il modello — e spesso criticarlo — ma il punto è che un modello esisteva.

Da noi si è spesso preferito galleggiare.

La crisi degli stadi non è solo una questione edilizia: racconta il rapporto irrisolto tra pubblico e privato. Il tema dei giovani non riguarda soltanto il talento calcistico: racconta la difficoltà del Paese a investire sulle nuove generazioni. Il debito delle società sportive non è un’anomalia del pallone: riflette una cultura economica che troppo spesso privilegia il breve periodo.

Persino il tifoso è cambiato.

Da cittadino che partecipava a una comunità territoriale è diventato consumatore di contenuti sportivi. Biglietti più cari, orari televisivi, merchandising, piattaforme digitali. Lo stadio si seleziona economicamente, il calcio si segmenta socialmente.

Non è nostalgia dire che qualcosa si è perso.

Il problema non è che il calcio sia diventato un’industria. Sarebbe ingenuo pensare il contrario. Il problema nasce quando smette di essere anche un bene sociale. Quando i campetti chiudono e aprono centri commerciali. Quando il diritto a praticare sport dipende dal reddito familiare. Quando la selezione del talento coincide con la capacità di sostenere costi sempre maggiori. Allora il calcio smette di essere ascensore sociale e diventa riproduzione delle disuguaglianze.

Per questo ridurre l’esclusione dai Mondiali a una questione tecnica è un errore.

Il tema non è convocare un commissario tecnico migliore o cambiare il modulo. La domanda vera è un’altra: che idea di sviluppo ha oggi il Paese? Se non investiamo nella scuola, nello sport di base, negli spazi pubblici, nella formazione e nella qualità delle istituzioni, perché dovremmo aspettarci risultati diversi?

Il calcio non anticipa il futuro. Lo rende visibile. E allora forse il Mondiale senza l’Italia non è il racconto di una nazionale che manca. È il racconto di un Paese che rischia di abituarsi a guardare gli altri giocare.

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