Nel corso della mia vita pubblica mi è capitato due volte di essere sottoposto a un processo penale. In entrambi i casi l’esito è stato l’assoluzione piena. Sono state vicende lunghe, a tratti logoranti, che hanno inciso profondamente sulla mia vita personale e politica. Ma, paradossalmente, proprio quelle ore trascorse nelle aule di tribunale mi hanno consentito di conoscere da vicino il funzionamento concreto della nostra macchina della giustizia, ben oltre la teoria dei manuali.
Questa esperienza non mi ha portato né a una sterile diffidenza verso l’ordine giudiziario, né a una sua acritica idealizzazione. Mi ha piuttosto insegnato quanto sia millimetrico l’equilibrio su cui si regge l’intero sistema: un equilibrio fatto di norme scritte, certo, ma alimentato soprattutto da prassi consolidate, culture istituzionali e, non da ultimo, dai delicati rapporti di forza tra i poteri dello Stato.
Per questo, di fronte alla proposta di separare le carriere tra pubblici ministeri e giudici, la mia prima reazione non è stata di rifiuto ideologico. Se osservata esclusivamente sul piano della tecnica processuale, la riforma non appare incompatibile con i canoni dello Stato di diritto. In Europa i modelli sono variegati: nel Regno Unito, il sistema di common law prevede una separazione netta, dove l’accusa è una figura di parte che non appartiene alla magistratura nel senso continentale del termine. In Francia e Germania, invece, i magistrati appartengono a un corpo unico, ma con una dipendenza gerarchica dell’accusa verso il Ministro della Giustizia molto più marcata che in Italia.
Tuttavia, trapiantare un modello straniero senza considerarne le radici storiche è un’operazione rischiosa. Il nostro assetto attuale è figlio della reazione al totalitarismo: il pubblico ministero e il giudice svolgono funzioni distinte e contrapposte, ma appartengono allo stesso ordine e condividono un sistema unitario di autogoverno, il CSM. Questo modello non è un vezzo corporativo, ma ha permesso lo sviluppo di una “cultura della giurisdizione” comune. In questo quadro, il PM non è un avvocato dell’accusa smanioso di ottenere una condanna, ma un magistrato orientato alla ricerca della verità giuridica.
La separazione delle carriere scardina questo presupposto. Non si limita a introdurre due percorsi professionali; tende a generare due corpi istituzionali separati. Il rischio è che il Pubblico Ministero, una volta reciso il cordone ombelicale con la cultura del giudizio, finisca per trasformarsi in un monolito dell’accusa. Senza il contrappeso formativo della terzietà, la funzione inquirente rischierebbe di appiattirsi su una logica puramente repressiva. Inoltre, la separazione formale porta inevitabilmente alla creazione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura. In un sistema così frammentato, la sezione dedicata agli inquirenti diventerebbe molto più esposta alle tensioni del contesto politico. Se il PM non fa più parte dello stesso ordine del giudice, la tentazione della politica di attrarlo sotto la propria sfera d’influenza diventerebbe una minaccia concreta alla democrazia.
La mia esperienza di imputato mi ha confermato che l’indipendenza del giudice è l’ultima, invalicabile garanzia per ogni cittadino. Nel mio caso, è stata la solidità della funzione giudicante a ristabilire la verità dei fatti. Tale distanza oggi è garantita dalla cultura condivisa; domani, con due carriere separate, quella distanza potrebbe diventare un solco incolmabile o, peggio, una porta aperta a influenze esterne.
Le istituzioni democratiche hanno certamente bisogno di riforme. Ma le riforme che incidono sull’equilibrio tra i poteri non sono mai neutre. In un momento storico di forte verticalizzazione del potere esecutivo, indebolire l’unitarietà della magistratura significa alterare la bilancia democratica. Per queste ragioni, ritengo di non poter sostenere questa proposta di riforma. Quando si ridisegna il rapporto tra i poteri dello Stato, non si sta solo riformando una professione: si sta scrivendo il futuro della nostra convivenza civile.
Ed è per questo che la mia scelta al referendum sarà quella di votare No.

