Sport a scuola: il diritto negato che crea diseguaglianza

C’è un dato che dovrebbe entrare con forza nel dibattito pubblico e che invece resta spesso ai margini, quasi fosse una questione tecnica o burocratica. Secondo lo studio recente di Openpolis, in Italia solo il 40% circa degli edifici scolastici è dotato di una palestra. Significa che la maggioranza delle scuole italiane non dispone di uno spazio dedicato all’attività motoria. Non è un dettaglio organizzativo o una mancanza architettonica: è una frattura che incide direttamente sulle opportunità educative dei cittadini di domani.

Quando la scuola non ha una palestra, lo sport smette di essere parte integrante del percorso formativo e diventa qualcosa che si cerca altrove — se si può. E quando un servizio fondamentale si cerca fuori dal sistema pubblico, scatta inevitabilmente un meccanismo di selezione. Entra chi ha risorse economiche, chi ha genitori con tempo a disposizione per i trasporti, chi vive in contesti serviti. Gli altri restano ai margini. Lo sport, così, scivola da “diritto” a “consumo”, accessibile solo a chi può permetterselo.

Nel confronto nazionale, la Liguria presenta indicatori apparentemente meno critici. In oltre la metà degli edifici scolastici (circa il 53%) è presente una struttura sportiva. È un dato che potrebbe sembrare confortante, se non fosse che racconta solo una parte della realtà. Dire “più del 50%” significa contemporaneamente ammettere che quasi una scuola su due ne è ancora priva.

Le medie, lo sappiamo, sono ingannevoli: attenuano il problema senza risolverlo. Sotto la superficie di quel dato regionale si nascondono differenze profonde tra le province, tra le scuole dei centri storici densamente edificati e quelle delle vallate, tra istituti d’avanguardia e altri che arrancano in edifici nati per altre funzioni. Se la palestra non è sotto lo stesso tetto della classe, il tempo scuola si frammenta, la logistica si complica e, spesso, l’attività motoria finisce per essere sacrificata.

Se si guarda al Tigullio, il quadro si fa ancora più concreto; un territorio con una forte identità sportiva, costruita negli anni grazie a un tessuto associativo vivo, capace di coinvolgere generazioni di ragazze e ragazzi. È un patrimonio reale, fatto di volontariato, passione e competenze diffuse. Ma proprio questa ricchezza rischia di alimentare un equivoco pericoloso: l’idea che tutto, in fondo, funzioni.

Non è così. Dietro l’impegno encomiabile delle associazioni emergono limiti strutturali evidenti. Le palestre scolastiche cittadine non sono sufficienti per la mole di domanda esistente e, quando ci sono, non sempre vengono utilizzate appieno a causa di regolamenti rigidi o carenze gestionali. Molti impianti risalgono a decenni fa e richiedono oggi interventi di efficientamento e manutenzione straordinaria.

Nelle frazioni e nelle aree meno centrali, gli spazi per fare sport in modo libero, sicuro e quotidiano sono rari. Spesso le società sportive si trovano a dover colmare i vuoti del pubblico, gestendo strutture vecchie con costi di gestione crescenti e senza un supporto strategico stabile. Il sistema regge, ma regge per inerzia e per la dedizione di singoli dirigenti e istruttori. Non per una scelta politica strutturata che consideri l’impiantistica sportiva come un’infrastruttura sociale primaria.

In questo contesto, i dati nazionali aiutano a leggere i segnali di crisi locale. Una quota molto alta di adolescenti non pratica alcun tipo di sport, e tra quelli che iniziano, il fenomeno del drop-out (l’abbandono precoce) è sempre più frequente. Le ragioni sono chiare: per molte famiglie i costi delle rette e delle attrezzature diventano un ostacolo insormontabile, specie in una fase di contrazione del potere d’acquisto.

Inoltre, lo sport viene spesso vissuto solo come ambiente competitivo, dove conta la prestazione immediata. Manca un’offerta che valorizzi il movimento come benessere e socialità. C’è una carenza decisiva di “luoghi terzi”: spazi accessibili, vicini, informali. Campetti di quartiere, aree attrezzate nei parchi, palestre aperte al pomeriggio dove si possa giocare e muoversi senza necessariamente far parte di una squadra agonistica o sentirsi giudicati. Quando questi spazi mancano, lo sport perde la sua dimensione naturale e diventa un’attività rigida, da cui è facile uscire.

Si potrebbe pensare che la soluzione sia semplicemente costruire nuovi impianti. In parte è vero, ma il punto è più profondo: manca una visione capace di tenere insieme scuola, sport e urbanistica. Oggi questi ambiti funzionano come compartimenti stagni. Le scuole seguono una logica, gli impianti sportivi un’altra, le associazioni si arrangiano come possono tra bandi e scadenze.

Le palestre scolastiche devono essere considerate come beni comuni da rendere pienamente utilizzabili, non spazi che si spengono al suono dell’ultima campanella. Occorre una rete che metta a sistema le risorse, rendendo la pratica sportiva accessibile anche a chi oggi resta fuori, sostenendo direttamente le famiglie meno abbienti.

Riconoscere il ruolo delle associazioni sportive come parte del sistema pubblico — e non come privati a cui “appaltare” un problema — è il primo passo. Alla fine, la questione è meno tecnica di quanto sembri. Riguarda l’idea di città che vogliamo abitare. Se lo sport resta legato al censo, la città sarà selettiva. Se lo sport viene assunto come responsabilità pubblica, la città diventa inclusiva. Decidere di investire sulle palestre e sugli spazi aperti significa decidere che il benessere non è un fatto privato, ma un bene comune. Significa, in definitiva, decidere che ogni ragazza e ragazzo ha il diritto di restare in gioco.

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