L’Italia senza casa: quando l’abitare diventa un problema politico

Consiglio la lettura del libro: L’Italia senza casa. Politiche abitative per non morire di rendita, di Sarah Gainsforth (Laterza editore, 2025). Lo consiglio perché affronta uno dei nodi più profondi e rimossi del nostro tempo — l’abitare — restituendogli una dimensione politica che negli anni è stata progressivamente smarrita. Non si limita a descrivere una difficoltà crescente, ma aiuta a comprendere perché oggi vivere nelle città sia diventato sempre più difficile, e per chi.

Le immagini recenti delle tende degli studenti piantate davanti ai rettorati delle grandi università o le proteste contro la proliferazione incontrollata degli affitti brevi nei centri storici non sono episodi isolati, ma i sintomi di un malessere profondo che questo saggio analizza con precisione chirurgica. C’è una domanda che attraversa le città italiane: chi può permettersi di vivere nei luoghi che abita? Non è una questione solo urbanistica, né soltanto economica. È, prima di tutto, una questione politica.

Dalla casa come diritto, alla casa come merce

Uno dei passaggi centrali dell’analisi riguarda il mutamento di paradigma che ha segnato l’Italia del secondo dopoguerra. La casa, inizialmente pensata come strumento di tutela sociale, è stata trasformata in un bene di accumulazione. Come scrive l’autrice: «La casa è diventata il principale strumento di protezione sociale privata, in assenza di un welfare pubblico capace di garantire sicurezza nel tempo». Le politiche pubbliche hanno incentivato l’accesso alla proprietà, costruendo un modello fondato sul possesso. Ma quella che appariva come una conquista ha prodotto effetti ambivalenti: se da un lato ha consolidato un ceto medio proprietario, dall’altro ha lasciato ai margini chi non era in grado di entrare in quel circuito. Il risultato è una società in cui la casa è una soglia selettiva che distingue inclusi ed esclusi.

Il nodo reale: non quante case, ma per chi

Se c’è un punto in cui l’analisi diventa difficilmente eludibile, è quando viene messa in discussione una convinzione radicata: il problema non è la scarsità fisica di edifici, ma il loro uso sociale. Gainsforth sottolinea un paradosso numerico impressionante: in Italia si stimano circa 10 milioni di abitazioni non occupate (ovvero vuote o utilizzate in modo occasionale). Eppure, a mancare è uno strumento decisivo: un sistema strutturato di affitto sociale. Non siamo davanti a un limite oggettivo, ma a un vuoto di scelta politica. «Il problema non è che manchino i tetti — osserva Gainsforth — ma che la casa è stata sottratta alla sua funzione d’uso per diventare un asset finanziario».

La città come spazio conteso

Il libro mostra come la questione abitativa sia inseparabile dalla trasformazione delle città. Turismo, rendita immobiliare e finanziarizzazione ridefiniscono l’uso degli spazi urbani. Il dibattito sugli affitti brevi (Airbnb e simili) non riguarda solo il fastidio dei residenti, ma una vera e propria sottrazione di patrimonio abitativo a favore di flussi temporanei e funzioni estrattive. Le città diventano così dispositivi economici. La crescente distanza tra salari e costo dell’abitare contribuisce a svuotare i centri di residenti stabili. In questo scenario, la domanda iniziale – “di chi è la città?” – smette di essere teorica e diventa brutale.

Una crisi strutturale, non emergenziale

Uno degli aspetti più convincenti del lavoro di Gainsforth è il rifiuto della narrazione emergenziale. Parlare di emergenza significa suggerire una temporaneità, mentre qui siamo di fronte a una crisi strutturale, radicata nelle scelte economiche degli ultimi decenni. La crisi è il sistema stesso, non un malfunzionamento passeggero.

Il nodo politico rimosso

C’è un punto che attraversa tutto il libro: la privatizzazione del problema. Ognuno è chiamato a risolvere individualmente (con mutui o sacrifici familiari) ciò che è il prodotto di scelte collettive. Il libro mette in discussione il modo stesso in cui la politica ha smesso di considerare l’abitare un diritto collettivo.

Il merito principale di Sarah Gainsforth è riportare la questione dell’abitare a una scelta di campo. Se la casa è diventata merce, non è per fatalità, ma per un progetto che ha ridefinito il rapporto tra diritti e mercato. Mettere in discussione questo modello significa tornare a considerare la casa per ciò che è sempre stata, prima di essere trasformata in rendita: un luogo di vita.

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