C’è una frase, nelle dichiarazioni degli architetti che hanno progettato la nuova passeggiata di Riva Levante, che merita attenzione. Non per polemizzare, ma perché contiene una visione precisa della città. Dice Paolo Brescia di OBR: “Ascoltando il luogo, ti accorgi che c’è già tutto: il mare, il paesaggio, il borgo storico. A Riva non c’era niente da inventare”.
È una frase elegante, persino affascinante. E dentro c’è un’idea di urbanistica che oggi attraversa molte città europee: lavorare sul paesaggio, ricucire spazi, costruire luoghi pubblici capaci di relazione, restituire il mare alle persone. Nessuno può negare che il vecchio “retrospiaggia” avesse bisogno di essere ripensato.
Ma ogni volta che a Sestri Levante si inaugura una trasformazione urbana, riaffiora inevitabilmente una domanda più profonda. Non riguarda soltanto la qualità architettonica dell’opera. Riguarda la città che siamo diventati.
Perché questa non è la prima volta che urbanisti autorevoli immaginano, attraverso una trasformazione dello spazio, un rilancio della città. Accadde già con la grande trasformazione delle aree industriali della FIT. Anche allora si parlò di nuova centralità urbana, di rapporto ritrovato con il territorio, di qualità della vita, di città moderna capace di reinventarsi dopo la crisi industriale.
Eppure, a distanza di anni, bisogna avere l’onestà di riconoscere che quel rilancio non c’è stato.
Sestri Levante è certamente cambiata. Ma non ha trovato una nuova anima economica e sociale capace di sostituire quella perduta. La fabbrica non era soltanto lavoro. Era identità, tempi collettivi, relazioni, organizzazione della vita quotidiana. Migliaia di persone entravano e uscivano insieme dagli stabilimenti, attraversavano la città negli stessi orari, riempivano bar, negozi, piazze, circoli, alimentavano una comunità.
Oggi quella struttura si è dissolta. Restano due realtà industriali importanti, ma molto ridimensionate rispetto al passato. E al loro posto si è affermata un’economia fragile, fortemente stagionale, basata soprattutto sul turismo balneare e sulle seconde case.
È qui che torna attuale un tema quasi dimenticato dell’urbanistica italiana: quello dei TEMPI DELLE CITTA’.
Negli anni Ottanta alcune studiose e amministratrici — partendo soprattutto dall’esperienza delle donne della “doppia presenza”, divise tra lavoro e cura familiare — posero una domanda rivoluzionaria: una città non è fatta solo di spazi, ma anche di tempi. Non basta progettare piazze, strade o quartieri. Bisogna chiedersi chi li usa, in quali ore, in quali stagioni, con quali possibilità reali di viverli.
Sembrava un tema tecnico. In realtà era una questione profondamente politica. Perché una città può essere bellissima e insieme difficile da abitare. Può essere spettacolare nelle fotografie e respingente nella quotidianità. Può funzionare durante un evento estivo e svuotarsi per nove mesi l’anno. Può essere progettata per essere guardata più che vissuta.
E forse è proprio questo il punto su cui vale la pena riflettere osservando la nuova passeggiata di Riva.
Non serve dire se sia “bella” o “brutta”. Sono categorie troppo semplici. La domanda vera è un’altra: sarà abitabile nel tempo quotidiano della città?
Perché i gradini, le grandi superfici piastrellate, la limitata presenza di ombra non sono dettagli secondari. Decidono concretamente chi potrà usare quello spazio e come. Un anziano nelle ore estive si fermerà davvero lì? Un bambino potrà attraversarla facilmente? Una persona con difficoltà motorie la vivrà con naturalezza? Quanto tempo si potrà restare seduti in pieno luglio senza alberi capaci di creare ombra reale?
Sono domande molto più importanti dell’inaugurazione stessa.
Perché la qualità di uno spazio pubblico non si misura il giorno del taglio del nastro, ma anni dopo, nella sua capacità di diventare parte della vita ordinaria delle persone. E qui emerge forse la grande questione di Sestri Levante oggi: la città sembra sempre più organizzata attorno ai tempi del turismo e sempre meno attorno ai tempi della vita residente.
Tre mesi intensi e nove mesi sospesi. Servizi che si concentrano in estate e rallentano d’inverno. Case vuote per gran parte dell’anno. Giovani che faticano a trovare spazi e prospettive. Una popolazione anziana crescente. Una comunità che rischia lentamente di trasformarsi in un insieme di presenze intermittenti.
Dentro questa trasformazione è cambiato anche il nostro rapporto con il tempo.
Viviamo una contraddizione continua. Da una parte una frenesia permanente: notifiche, social, velocità, immagini, consumo immediato dei luoghi. Dall’altra un’attesa costante che entra nella vita quotidiana delle persone: attese per una visita sanitaria, per un servizio pubblico, per una risposta amministrativa, per un treno, per un progetto che dovrebbe rilanciare il territorio e che puntualmente viene rinviato.
È come se la società contemporanea avesse unito accelerazione e impotenza.
Tutto corre, ma pochissimo sembra davvero cambiare.
E questa condizione produce lentamente una forma di rassegnazione collettiva. Non rabbia organizzata, non conflitto sociale, ma adattamento. Ci si abitua a servizi insufficienti, alla precarietà del lavoro stagionale, all’idea che i giovani se ne vadano, al fatto che una città possa vivere soltanto alcuni mesi all’anno.
Anche per questo il tema del “tempo della città” oggi torna attuale.
Perché significa tornare a chiedersi non soltanto come appare una città, ma come si vive. Se offre luoghi di permanenza e non solo di attraversamento. Se costruisce relazioni o soltanto consumo. Se è pensata per chi la abita dodici mesi l’anno oppure per chi la attraversa per pochi giorni. Se riesce ancora a produrre comunità.
La verità è che Sestri Levante si trova davanti a un passaggio delicatissimo della propria storia. Dopo la città industriale non è ancora nata una nuova idea condivisa di futuro. E allora ogni intervento urbano rischia di caricarsi di un significato più grande di quello che apparentemente possiede.
Una passeggiata non cambia il destino di una città. Ma può raccontare il modo in cui una città immagina se stessa. Ed è forse questa la domanda più importante che dovremmo avere il coraggio di porci: stiamo costruendo luoghi da vivere o scenografie da consumare?
Perché tra queste due idee di città passa una differenza enorme. E riguarda il nostro futuro molto più di quanto sembri.

