L’articolo di Maurizio Maggiani – pubblicato suI Secolo XIX di domenica 17 maggio 2026 – ha il merito raro di rompere una narrazione diventata quasi obbligatoria: quella secondo cui il turismo sarebbe, comunque e sempre, sinonimo di sviluppo, ricchezza e progresso.
Non è poco. Perché oggi, soprattutto in Liguria, mettere in discussione il modello del turismo di massa sembra quasi un’eresia. Guai a pronunciare parole come overtourism. Guai persino a suggerire che forse esiste un limite oltre il quale una comunità smette di vivere bene e inizia semplicemente a sopravvivere dentro un’economia costruita attorno a chi arriva e non più a chi resta.
Maggiani usa una definizione durissima ma efficace: il turismo come “petrolio d’Italia”. Un’attività estrattiva. E il paragone è meno provocatorio di quanto sembri. Le economie estrattive consumano territorio, risorse e relazioni sociali. Producono ricchezza, certo, ma spesso concentrata. Generano dipendenza. Trasformano luoghi vivi in merci. E soprattutto lasciano dietro fragilità: lavoro povero, monoculture economiche, perdita di identità e impoverimento del tessuto comunitario.
La Liguria conosce bene questo rischio.
Per anni ci siamo raccontati che il turismo avrebbe sostituito l’industria, il porto, il commercio, persino parte dei servizi pubblici come motore economico della regione. Ma nel frattempo dovremmo avere il coraggio di guardare anche ciò che è cresciuto insieme al turismo: salari bassi, precarietà stagionale, fuga dei giovani, esplosione degli affitti, case sottratte alla residenza stabile, commercio di prossimità che scompare, spazi pubblici sempre più privatizzati.
La domanda posta da Maggiani è semplice e insieme radicale: ricchezza per chi?
Perché è vero che il turismo produce occupazione. Ma quale occupazione? Con quali salari? Con quale prospettiva di vita? Una regione può davvero costruire il proprio futuro soltanto su lavori stagionali, intermittenti, spesso poco qualificati e facilmente sostituibili?
Dietro l’immagine scintillante delle località turistiche si sta aprendo una frattura sociale sempre più evidente. I giovani liguri fanno fatica a trovare case accessibili. Interi centri storici si svuotano di residenti permanenti. I servizi di vicinato chiudono. Le città perdono pezzi della loro vita quotidiana per adattarsi a un consumo rapido dello spazio urbano.
Ed è qui che la riflessione di Maggiani può essere allargata.
Perché il problema non è il turismo. La Liguria vive anche di accoglienza, di bellezza, di cultura, di relazioni costruite attorno al mare e al paesaggio. Il problema nasce quando una città o un territorio smettono di essere comunità e diventano piattaforme economiche. Quando tutto viene organizzato attorno a chi arriva: gli affitti, il commercio, gli spazi urbani, i tempi della città. E chi vive stabilmente quei luoghi finisce lentamente ai margini.
Il rischio, allora, non è soltanto l’overtourism. È qualcosa di più profondo: la trasformazione delle città in scenografie. Luoghi belli da consumare, fotografare e attraversare, ma sempre più difficili da abitare.
Le Cinque Terre sono il caso più evidente, ma non l’unico. Il processo riguarda molti territori costieri e città d’arte italiane. E riguarda anche centri più piccoli che progressivamente sostituiscono la vita quotidiana con un’economia interamente fondata sull’attrattività.
Ma una città non può vivere soltanto di attrattività. Una città deve essere abitabile.
Negli anni Novanta, dentro esperienze amministrative spesso guidate dalla sinistra locale, si sviluppò una riflessione importante, nata anche dal pensiero femminista e dall’urbanistica della cura: l’idea che una città dovesse essere progettata innanzitutto per chi la vive ogni giorno. Si parlava dei “tempi della città”, dei servizi di prossimità, della qualità dello spazio pubblico, del diritto alla casa, della mobilità sostenibile, del rapporto tra lavoro, relazioni e vita quotidiana.
Era una visione opposta a quella che oggi domina molte trasformazioni urbane.
Da una parte c’è la città-vetrina, competitiva, costruita sulla rendita, orientata al consumo e pensata per flussi veloci di persone e denaro. Dall’altra c’è la città della cura, una città che mette al centro residenti e comunità, il diritto di restare, la qualità della vita, i servizi, il welfare urbano, gli spazi pubblici accessibili e il tempo umano delle relazioni.
È una differenza politica enorme.
Perché una città che vive solo di turismo rischia di perdere progressivamente la propria anima sociale. E quando un territorio diventa troppo costoso per i giovani, troppo fragile per il lavoro stabile, troppo privatizzato negli spazi pubblici e troppo dipendente da un’unica economia, non è più una comunità forte: è una comunità vulnerabile.
Forse allora la vera domanda non è se si possa parlare o meno di overtourism.
La vera domanda è un’altra: una città deve servire soprattutto il mercato o le persone che la abitano?

