Dalla repressione del dissenso alla concentrazione del potere: i segnali di una deriva che non possiamo sottovalutare.
C’è un filo che lega episodi apparentemente distinti della vita politica italiana: l’inasprimento delle misure di sicurezza, la crescente insofferenza del governo verso le manifestazioni di dissenso, gli attacchi alla magistratura, la delegittimazione degli avversari e, più recentemente, una riforma elettorale che punta a rafforzare la maggioranza parlamentare e la figura del suo leader. Presi singolarmente, questi fatti possono essere ricondotti a scelte politiche, provvedimenti legislativi o legittime prerogative di un governo. Considerati nel loro insieme, tuttavia, delineano una direzione che merita ben più di una semplice preoccupazione: quella di una progressiva compressione degli spazi democratici e di una crescente concentrazione del potere.
Non siamo di fronte a un’improvvisa rottura dell’ordine costituzionale, né sarebbe corretto descrivere l’Italia come un Paese nel quale la democrazia è già stata soppressa. Il pericolo è diverso, più graduale e per questo meno immediatamente riconoscibile. Le istituzioni continuano a funzionare, le elezioni si svolgono, il Parlamento legifera. Ma intanto si modifica il rapporto tra chi governa e chi è governato, tra autorità e libertà, tra maggioranza e opposizione. E soprattutto si afferma una concezione della democrazia nella quale il consenso elettorale tende a trasformarsi in una sorta di investitura senza limiti, mentre il dissenso viene sempre più spesso rappresentato come un elemento di disturbo, se non addirittura come una minaccia all’ordine pubblico.
La vicenda di Youssef Siher, fermato con accuse gravissime e successivamente rimesso in libertà dalla giudice per le indagini preliminari, è emblematica di questa preoccupante tendenza. Al di là delle valutazioni giudiziarie, che spettano alla magistratura, resta il fatto che un cittadino è stato privato della libertà sulla base di contestazioni che non hanno trovato conferma nella valutazione del giudice. Ma c’è un aspetto che va oltre la singola vicenda processuale: quel provvedimento ha impedito a una persona di partecipare alle iniziative di protesta che contribuiva a organizzare.
È proprio qui che si misura la qualità di uno Stato democratico. La libertà di manifestare, di organizzare una protesta, di esprimere anche il dissenso più radicale non è una concessione del potere politico. È un diritto costituzionale. Naturalmente, nessuno può invocarlo per giustificare violenze, intimidazioni o devastazioni. Ma la distinzione tra chi esercita pacificamente il proprio diritto e chi commette reati deve rimanere netta. Quando questa distinzione si indebolisce, quando il sospetto tende a precedere l’accertamento delle responsabilità, il rischio è che la prevenzione si trasformi in intimidazione e che la paura diventi uno strumento di controllo sociale.
Non è un problema circoscritto alle piazze. Il nuovo decreto sulla sicurezza, varato dal governo dopo gli scontri verificatisi durante alcune manifestazioni, introduce ulteriori fattispecie di reato, estende strumenti di arresto differito e prevede nuove misure restrittive. Contrastare la violenza è un dovere dello Stato. Ma la sicurezza non può diventare una formula capace di giustificare qualsiasi compressione delle libertà. Una democrazia matura non si riconosce dalla capacità di impedire il dissenso, ma da quella di garantire che anche il dissenso più scomodo possa esprimersi senza paura, nel rispetto della legge.
A rendere il quadro ancora più preoccupante è il comportamento della presidente del Consiglio. Ogni volta che una decisione giudiziaria contrasta con le aspettative dell’esecutivo, Giorgia Meloni interviene spesso con dichiarazioni che non si limitano a esprimere una critica, ma finiscono per mettere in discussione la legittimità stessa dell’operato dei magistrati. La contrapposizione viene presentata secondo uno schema ormai ricorrente: da una parte il governo, che farebbe le leggi e pretenderebbe di farle rispettare, dall’altra una magistratura che, con le proprie decisioni, ostacolerebbe l’azione dell’esecutivo.
È una rappresentazione profondamente sbagliata. In uno Stato costituzionale i giudici non sono chiamati a ratificare le decisioni del governo, ma a verificare che l’esercizio del potere, compreso quello di polizia, rispetti la legge e i diritti delle persone. La loro autonomia non è un privilegio corporativo, né un ostacolo alla governabilità: è una garanzia per tutti i cittadini. Anche, e soprattutto, per quelli che non condividono le scelte di chi governa.
Ma la questione non si esaurisce nel rapporto tra esecutivo e magistratura. C’è un altro terreno sul quale si misura la concezione che questo governo ha della democrazia: quello della rappresentanza politica e delle regole attraverso cui si forma la maggioranza parlamentare. La nuova legge elettorale, approvata dalla maggioranza, non è soltanto una modifica delle modalità con cui si eleggono deputati e senatori. È parte di un disegno istituzionale che va letto nella sua portata complessiva, soprattutto se lo si mette in relazione con il progetto di premierato.
Il governo presenta la riforma come una risposta alla cronica instabilità degli esecutivi italiani. È un argomento che merita di essere discusso, perché la stabilità rappresenta certamente un valore per qualsiasi sistema democratico. Ma c’è una domanda che non può essere elusa: quanta rappresentatività siamo disposti a sacrificare in nome della governabilità? E soprattutto, quale idea di democrazia si afferma quando la stabilità viene perseguita attraverso un meccanismo che può attribuire una maggioranza parlamentare rafforzata a una forza politica che non dispone del consenso della maggioranza degli elettori?
Lo Stabilicum introduce un premio di governabilità di 105 seggi, 70 alla Camera e 35 al Senato, per la lista o la coalizione che raggiunga almeno il 42 per cento dei voti validi in entrambe le Camere. In altre parole, una coalizione che non abbia ottenuto neppure la maggioranza dei voti può beneficiare di un consistente incremento della propria rappresentanza parlamentare. Non è una questione puramente aritmetica: è una scelta politica che modifica il rapporto tra consenso elettorale e potere istituzionale.
Il problema, dunque, non è che una maggioranza parlamentare possa essere più ampia della percentuale di voti ottenuta. I sistemi elettorali possono legittimamente prevedere correttivi per assicurare la formazione di governi. Il problema nasce quando il premio diventa lo strumento attraverso il quale il principio di governabilità finisce per prevalere su quello della rappresentanza, alterando in misura significativa il peso delle diverse componenti politiche presenti nel Paese.
La stabilità non può essere trasformata in un valore assoluto, al quale subordinare ogni altro principio. Un governo deve poter governare, ma il Parlamento deve continuare a rappresentare il Paese nella sua pluralità, non limitarsi a ratificare le decisioni dell’esecutivo. L’opposizione non è un elemento accessorio della democrazia, così come non lo sono le minoranze politiche e sociali. Sono parte integrante del sistema costituzionale e hanno diritto a un peso e a uno spazio effettivi.
C’è poi un aspetto che rende questa riforma ancora più significativa. L’indicazione del nome della persona che la coalizione intende proporre alla presidenza del Consiglio, insieme al premio di governabilità, sposta ulteriormente il baricentro della competizione politica verso la leadership personale. Il Parlamento rischia di diventare sempre più il luogo nel quale si consolida una decisione assunta prima del voto intorno a un capo, anziché la sede nella quale si costruisce, attraverso il confronto tra le diverse rappresentanze, l’indirizzo politico del Paese.
Se a questo aggiungiamo il progetto di premierato, che punta a introdurre l’elezione diretta del presidente del Consiglio, emerge una trasformazione di portata ben più ampia di una semplice riforma elettorale. Si delinea un modello nel quale la legittimazione popolare del capo del governo, il rafforzamento della maggioranza parlamentare e la centralità dell’esecutivo tendono a sovrapporsi, comprimendo gli spazi di autonomia e di equilibrio che la Costituzione ha affidato alle diverse istituzioni.
È qui che occorre essere chiari: non è la stabilità dei governi a mettere in pericolo la democrazia. È la pretesa di ottenerla riducendo il pluralismo, indebolendo la rappresentanza e rendendo meno incisivi i contrappesi istituzionali. Una democrazia non è un sistema costruito per garantire a chi vince le elezioni il massimo potere possibile, ma un ordinamento nel quale anche chi vince incontra limiti, controlli e garanzie. Perché il voto autorizza a governare, non a disporre senza ostacoli delle istituzioni.
La differenza non è sottile. È la distanza che separa una democrazia rappresentativa da una concezione plebiscitaria del potere.
C’è dunque un rapporto tra il modo in cui si affronta il dissenso nelle piazze e il modo in cui si intende riorganizzare il sistema politico. Da una parte si restringono gli spazi di agibilità per chi protesta, dall’altra si costruisce un modello istituzionale sempre più centrato sulla forza del governo e sulla leadership personale. In mezzo, una progressiva insofferenza verso tutto ciò che può limitare o mettere in discussione l’azione della maggioranza: la magistratura, le opposizioni, i corpi intermedi, le organizzazioni sociali, il pluralismo dell’informazione.
È una dinamica che richiama le analisi di Steven Levitsky e Daniel Ziblatt in Come muoiono le democrazie. Gli autori ci ricordano che le democrazie contemporanee raramente scompaiono attraverso un colpo di Stato o una sospensione improvvisa delle libertà costituzionali. Più spesso si deteriorano dall’interno, attraverso l’indebolimento progressivo delle regole non scritte, il disconoscimento della legittimità degli avversari e la delegittimazione delle istituzioni chiamate a controllare il potere. Il passaggio decisivo non è necessariamente la cancellazione delle regole, ma il loro svuotamento sostanziale.
È questo il terreno sul quale dovremmo misurare l’azione del governo Meloni. Non basta chiedersi se ogni singolo provvedimento sia formalmente legittimo, se ogni dichiarazione rientri nelle prerogative di chi governa o se ogni modifica istituzionale abbia seguito l’iter previsto. Bisogna interrogarsi sulla direzione complessiva. Perché anche una successione di atti formalmente legittimi può produrre, nel loro insieme, un’alterazione profonda degli equilibri democratici.
La democrazia, del resto, non vive soltanto nelle urne. Vive nella possibilità di dissentire senza essere intimiditi, di protestare senza essere preventivamente considerati sospetti, di criticare il governo senza essere additati come nemici, di trovare nella magistratura un presidio indipendente e nel Parlamento un luogo effettivo di rappresentanza. Vive, soprattutto, nella consapevolezza che il potere incontra dei limiti e che quei limiti non sono un intralcio, ma la ragione stessa della sua legittimità.
Il rischio più grande, oggi, è abituarsi. Considerare ogni nuova stretta sulla sicurezza una risposta inevitabile, ogni attacco ai giudici una polemica politica, ogni compressione della rappresentanza una necessità di governabilità. Accettare, un passo alla volta, che ciò che ieri avremmo giudicato incompatibile con una cultura democratica diventi parte della normalità.
È così che le democrazie si indeboliscono: non soltanto quando qualcuno tenta di abbatterle, ma quando i cittadini smettono di riconoscere come inaccettabile ciò che ne compromette il funzionamento.
La libertà non si difende soltanto quando è già stata sottratta. Si difende prima, quando è ancora possibile esercitarla. E oggi, in Italia, c’è più di una ragione per farlo.

