Quando le persone abbandonano la politica

C’è un momento in cui una crisi politica smette di essere una questione di percentuali, alleanze o formule organizzative e si rivela per ciò che è davvero: una frattura umana. Per molto tempo, a sinistra, abbiamo cercato di spiegare la perdita di consenso guardando soprattutto fuori da noi: la trasformazione del lavoro, la globalizzazione, la crisi delle periferie sociali, la rivoluzione tecnologica, l’indebolimento delle organizzazioni collettive. Sono fattori reali. Ma se ci fermiamo qui rischiamo di non vedere una domanda più difficile: quanto è cambiata la società e quanto, invece, è cambiato il modo stesso di fare politica?

La sinistra non ha perso soltanto un blocco sociale o una capacità organizzativa. Ha progressivamente smarrito la capacità di apparire come uno strumento attraverso cui persone comuni potessero incidere sulla propria condizione di vita. Per una lunga stagione storica la politica non era percepita come semplice rappresentazione del presente. Era trasformazione. Le sezioni, il sindacato, il mutualismo, le cooperative, le associazioni popolari non offrivano soltanto appartenenza. Costruivano relazioni, producevano protezione sociale, organizzavano conflitto, aprivano possibilità. Non garantivano risultati, ma trasmettevano un’idea decisiva: che il destino individuale non fosse interamente consegnato al mercato, alla nascita o alla forza dei più forti.

Negli ultimi decenni qualcosa si è incrinato. La politica ha progressivamente smesso di interrogarsi su come cambiare le condizioni materiali delle persone e ha iniziato sempre più spesso a spiegare come adattarsi a trasformazioni considerate inevitabili. La governabilità ha preso spazio rispetto alla trasformazione. La compatibilità rispetto al conflitto. L’amministrazione rispetto all’immaginazione politica.

Il neoliberismo ha vinto anche così. Non soltanto imponendo politiche economiche, ma riuscendo a presentare il proprio orizzonte come naturale, inevitabile, tecnicamente obbligato. Il cittadino è diventato consumatore, il lavoro è stato letto sempre più come adattabilità, la sicurezza sociale come costo, la politica come gestione efficiente dei vincoli.

Anche una parte della sinistra ha finito, spesso inconsapevolmente, per interiorizzare questa trasformazione. Non ha smesso di parlare di uguaglianza, ma ha progressivamente smesso di mettere in discussione i meccanismi che producono nuove disuguaglianze. Ha continuato a parlare di diritti, ma ha perso parte del linguaggio del lavoro. Ha difeso libertà importanti, ma ha faticato a offrire strumenti contro l’insicurezza materiale. Ha progressivamente sostituito il progetto con la gestione dell’esistente. E quando la politica smette di modificare il reale, cambia anche il modo in cui guarda gli esseri umani. Le persone non vengono più viste nella loro interezza — fatta di lavoro, relazioni, fragilità, aspettative, errori, desiderio di riconoscimento — ma attraverso categorie sempre più ristrette: identità, reputazione, consenso, esposizione pubblica. La comunità si assottiglia, il dissenso diventa sospetto, la sfumatura viene percepita come debolezza, l’avversario tende a trasformarsi in errore morale.

Non si tratta di rimpiangere il Novecento. Quel mondo aveva rigidità, conformismi e limiti che nessuno vorrebbe restaurare. Ma conservava un’intuizione forte: che la politica fosse un’esperienza incarnata. Aveva luoghi, relazioni, tempi lunghi. Le persone litigavano, si dividevano, talvolta rompevano rapporti, ma continuavano a riconoscersi dentro una storia comune. Oggi siamo più connessi e spesso più soli. Più esposti e meno rappresentati. Più informati e meno capaci di incidere. Per questo la ricostruzione di una prospettiva progressista non passerà soltanto da una nuova leadership, da un linguaggio più efficace o dall’ennesima innovazione organizzativa.

La domanda è più radicale. Come tornare a costruire una politica che non si limiti ad amministrare i vincoli ma allarghi concretamente gli spazi di libertà delle persone? Come tornare a vedere gli esseri umani non come pubblico, segmento sociale o profilo reputazionale, ma come vite concrete? Perché forse molte persone non hanno abbandonato la politica. Hanno smesso di credere che la politica possa ancora cambiare qualcosa della loro vita.

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