Ci sono libri che nascono da un’idea. E poi ci sono libri che nascono da un debito. Dalla stessa parte appartiene alla seconda categoria. Per anni ho avuto la sensazione che alcune vite stessero lentamente uscendo dal nostro orizzonte collettivo. Non le vite dei protagonisti dei manuali, non quelle degli uomini che hanno lasciato statue, discorsi o grandi decisioni politiche. Parlo delle vite comuni. Quelle che tengono insieme il mondo senza fare rumore.
Rino è uno di questi uomini.
Un ragazzo fragile nel fisico e ostinato nel carattere. Un uomo cresciuto nella Spezia del Novecento, tra collina e cantiere, tra guerra e ricostruzione, tra povertà e dignità. Un uomo che attraversa il secolo senza diventare eroe e proprio per questo, forse, finisce per esserlo davvero.
Scrivendo questo romanzo ho scoperto una cosa semplice: le persone che ci hanno preceduto non avevano parole più grandi delle nostre. Avevano però una capacità diversa di stare dentro la vita. Sapevano che il lavoro non era solo reddito ma identità. Che una casa non era un investimento ma una conquista. Che una comunità non era una parola da convegno ma il modo concreto con cui si sopravviveva.
In queste pagine si entra nelle screse di Fabiano, si sente il profumo della mesciua, il ferro delle officine, la cedrina nei cortili, il rumore delle file per il pane, il silenzio delle famiglie che non avevano molto ma cercavano di non perdere mai il rispetto per sé stesse.
Ma sarebbe un errore leggere Dalla stessa parte come un libro nostalgico.
Non è il racconto di un’età dell’oro che non è mai esistita. È, semmai, una domanda rivolta al presente. Che cosa resta oggi di quella capacità di scegliere senza esibirsi? Di resistere senza proclamarsi resistenti? Di costruire invece di consumare? Di stare dalla parte delle persone e non del tornaconto?
Rino attraversa il fascismo, il lavoro industriale, la perdita, la ricostruzione, gli affetti e il passare del tempo senza smettere di custodire una forma di coerenza che oggi appare quasi rivoluzionaria: fare il proprio dovere senza trasformarlo in spettacolo. Alla fine della sua vita non cerca medaglie né riconoscimenti. Gli basta sapere di aver fatto la sua parte.
Se questo libro riuscirà a lasciare qualcosa, spero sia proprio questo. La sensazione che esistano ancora parole antiche che meritano di essere salvate: dignità, solidarietà, misura, lavoro, cura. E forse anche il desiderio, una volta chiuso il libro, di fermarsi un momento a pensare alle persone che ci hanno preceduto. Perché quasi sempre la Storia non cambia grazie a chi sta davanti. Cambia grazie a chi, ostinatamente, sceglie di stare dalla stessa parte.
Dalla stessa parte è disponibile.
Se deciderete di leggerlo, spero che tra queste pagine troviate non soltanto una storia, ma qualche domanda che valga la pena portarsi dietro.

