Le città europee sono state progettate per un clima che non esiste più.
Per decenni urbanisti, amministratori e costruttori hanno immaginato strade, piazze e quartieri sulla base di temperature, precipitazioni e stagioni che oggi appartengono al passato. Nel frattempo il cambiamento climatico ha accelerato: ondate di calore più frequenti e intense, piogge concentrate in poche ore, periodi di siccità alternati a eventi meteorologici estremi.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Quando arrivano precipitazioni particolarmente abbondanti, l’acqua fatica a trovare terreno capace di assorbirla e si riversa rapidamente nelle strade e nei punti più vulnerabili dei centri urbani. Durante le giornate più calde, invece, cemento e asfalto accumulano energia e la rilasciano anche nelle ore notturne, trasformando molti quartieri in vere e proprie isole di calore.
Per questo in diverse città europee si sta affermando una nuova idea di urbanistica. A Rotterdam alcune piazze sono progettate per diventare temporaneamente bacini di raccolta durante i nubifragi. A Copenaghen intere strade sono state ridisegnate per gestire le precipitazioni estreme. A Barcellona si moltiplicano i cosiddetti rifugi climatici: biblioteche, scuole, giardini e spazi pubblici dove trovare ombra, acqua e sollievo durante le ondate di calore.
È il modello della “città-spugna”: una città che non cerca soltanto di espellere l’acqua il più velocemente possibile, ma che torna a trattenerla e a utilizzarla come risorsa. Più alberi, più superfici permeabili, più verde urbano e meno suolo impermeabilizzato non rappresentano soltanto una scelta ambientale. Sono strumenti di sicurezza, salute pubblica e qualità della vita.
Anche in Italia qualcosa si muove. Milano investe nella forestazione urbana, Bologna sperimenta parchi capaci di assorbire le acque meteoriche, altre città sostituiscono progressivamente l’asfalto con pavimentazioni drenanti. Ma il cambiamento procede ancora lentamente e spesso continua a prevalere una cultura urbanistica che misura il progresso in metri cubi costruiti anziché in metri quadrati restituiti al suolo.
Nel Levante ligure questa riflessione assume un significato particolare. I nostri centri urbani sono stretti tra mare e colline, attraversati da corsi d’acqua spesso compressi o tombinati, esposti a precipitazioni intense concentrate in poche ore e a estati sempre più calde. In questo contesto ogni nuova impermeabilizzazione del terreno, ogni riduzione delle superfici verdi, ogni intervento che non tenga conto della resilienza climatica rischia di aumentare la vulnerabilità del territorio.
La questione, tuttavia, non riguarda soltanto l’ambiente. Riguarda la qualità della vita nelle nostre comunità e la tutela delle persone più fragili. Il caldo estremo colpisce soprattutto gli anziani, chi vive in abitazioni surriscaldate, chi lavora all’aperto. Le alluvioni e gli eventi meteorologici più violenti producono effetti particolarmente pesanti laddove il territorio è stato consumato senza una visione di lungo periodo.
Per troppo tempo abbiamo pensato che il cambiamento climatico fosse una questione riservata agli scienziati, ai governi e alle conferenze internazionali. Oggi sappiamo che riguarda anche i marciapiedi sotto casa, le piazze dei nostri quartieri, gli alberi che decidiamo di piantare o di abbattere, il suolo che scegliamo di consumare o di restituire alla natura.
La vera domanda è dunque semplice: siamo disposti a ripensare le nostre città per il clima che già viviamo oppure continueremo a progettare gli spazi urbani come se il mondo non fosse cambiato?
È su questa scelta che si misurerà la qualità dell’urbanistica, della politica e dell’amministrazione pubblica nei prossimi decenni. E sarà nelle città, molto più che nei grandi vertici internazionali, che si capirà se avremo davvero imparato a convivere con il cambiamento climatico.

