La scelta del Comune di Genova di riportare terra e alberi dove per decenni abbiamo steso asfalto e cemento apre una domanda che riguarda tutta la Liguria: quale idea di città vogliamo lasciare alle prossime generazioni?
Per decenni ci hanno insegnato che il progresso aveva un colore preciso: il grigio del cemento e il nero dell’asfalto. Più parcheggi, più piazzali, più carreggiate, più superfici impermeabili. Ogni spazio libero doveva essere “valorizzato”, ogni pezzo di terra trasformato in qualcosa di produttivo, redditizio, commerciabile. In Liguria questa idea ha modellato intere generazioni di amministratori e di classi dirigenti. E ha cambiato il paesaggio molto più di quanto siamo disposti ad ammettere.
Oggi qualcosa si incrina.
Il dibattito nato a Genova attorno alla “depavimentazione” – cioè alla scelta di togliere asfalto e cemento per restituire spazio al suolo, agli alberi, all’acqua e alle persone – non è soltanto una questione urbanistica. È una discussione sul modello di città che vogliamo abitare. Perché una città non diventa moderna quando aggiunge cemento. Diventa moderna quando torna vivibile.
La novità vera delle scelte annunciate dal Comune di Genova non sta solo negli aspetti tecnici o ambientali, ma nel rovesciamento culturale che contengono: non basta più consumare meno suolo, bisogna iniziare a restituirlo.
È un passaggio enorme, soprattutto in Liguria.
Qui abbiamo conosciuto per decenni un’urbanistica fondata sulla saturazione: colate di cemento lungo le coste, torrenti tombinati, piazze trasformate in parcheggi, aree pubbliche sacrificate al traffico o alla rendita immobiliare. Abbiamo perfino chiamato “riqualificazione” operazioni che spesso significavano semplicemente più volumetrie, più impermeabilizzazione, più consumo di spazio.
Oggi paghiamo il conto di quelle scelte.
Lo paghiamo con le alluvioni sempre più violente. Con le isole di calore che rendono invivibili intere zone durante l’estate. Con città dove gli anziani cercano disperatamente un pezzo d’ombra. Con bambini che crescono senza spazi pubblici veri. Con centri storici trasformati in corridoi turistici e non più in luoghi della vita quotidiana.
La depavimentazione allora non è una moda ecologista. È un tentativo – ancora fragile e insufficiente – di correggere un errore storico. E forse il punto più interessante è proprio questo: per la prima volta dopo molti anni si torna a parlare di sottrazione invece che di espansione.
Togliere asfalto. Togliere cemento. Togliere traffico. Togliere calore. Togliere rendita dagli spazi pubblici.
Per restituire qualcosa.
Restituire acqua al terreno. Restituire alberi ai quartieri. Restituire piazze alle persone. Restituire tempo e qualità della vita.
Naturalmente esiste anche il rischio che tutto si riduca a una parola di moda buona per convegni, rendering e comunicati stampa. La Liguria ha una lunga tradizione di annunci “verdi” accompagnati, contemporaneamente, da nuove operazioni speculative. La vera verifica sarà capire se queste idee entreranno davvero nei piani urbanistici, nelle priorità di bilancio e nelle trasformazioni concrete delle città.
Perché depavimentare una piazza non significa solo cambiare materiali. Significa scegliere chi deve avere diritto alla città: le automobili o le persone, la rendita o la qualità urbana, il profitto immediato o il futuro.
Per anni abbiamo inseguito un’idea di sviluppo fondata sulla pressione turistica continua, sul consumo intensivo degli spazi e sulla trasformazione progressiva della città in funzione dell’economia stagionale.
Ma una città più attrattiva non è necessariamente una città più vivibile. Anzi.
Le città più belle d’Europa stanno capendo che il valore vero non nasce dalla saturazione, ma dall’equilibrio: più verde, meno traffico, più ombra, meno cemento, più spazi pubblici, meno superfici dedicate soltanto al consumo.
Forse il futuro delle città liguri passa anche da qui. Da un’idea semplice ma quasi rivoluzionaria: non continuare ad aggiungere, ma iniziare finalmente a togliere.

