Durante l’ultima presentazione del libro Ezio Vallerio. Memorie del partigiano Enzo, un intervento dal pubblico ha momentaneamente interrotto il filo della discussione. Giuseppe ha introdotto una riflessione sui giovani di oggi, sui loro comportamenti, sulle proteste nelle scuole e nelle piazze, sui danneggiamenti che accompagnano alcune manifestazioni. Una sua proposta era: portare nelle scuole libri come quello dedicato alla testimonianza di un partigiano, nella convinzione che la memoria e la conoscenza del passato possano offrire ai ragazzi un riferimento, un argine e forse un antidoto alla violenza.
Eravamo in chiusura. Non c’era il tempo per affrontare una questione tanto impegnativa e mi sono limitato a una battuta. Ma quella domanda mi è rimasta dentro, perché contiene un interrogativo che riguarda tutti noi: quando i giovani protestano, dobbiamo preoccuparci soprattutto di correggere i loro comportamenti oppure dovremmo cominciare a interrogarci sulla società che li ha portati a manifestare?
La mia risposta è che non possiamo sottrarci alla seconda domanda.
Questo non significa giustificare violenze, né attribuire automaticamente alle proteste un valore positivo. Significa rifiutare una discussione che si esaurisca nella condanna degli eccessi, come se il problema fosse soltanto riportare i ragazzi alla disciplina e ristabilire un ordine momentaneamente turbato. Una società che vede il conflitto soltanto come un problema di ordine pubblico finisce per non comprendere le ragioni del conflitto. Ed è proprio questa incapacità di comprendere che dovrebbe preoccuparci.
La rabbia non nasce dal nulla
Per anni abbiamo raccontato i giovani come una generazione disinteressata alla politica, incapace di organizzarsi, assorbita dal consumo e dalle relazioni virtuali. Li abbiamo rimproverati per la loro assenza dalla vita pubblica, salvo poi mostrare insofferenza quando decidono di entrarvi con modalità che non controlliamo. Ora che una parte di loro occupa le scuole, scende in piazza, contesta le scelte dei governi e collega la propria condizione alle grandi questioni internazionali, il dibattito rischia di fermarsi agli slogan, agli scontri e ai disagi provocati dalle manifestazioni.
Ma che cosa c’è dietro questa mobilitazione? Non esiste una risposta unica, perché non esiste una generazione che pensi e agisca tutta allo stesso modo. Eppure, nelle diverse rivendicazioni, affiora una domanda comune: quale futuro può aspettarsi chi cresce in una società che promette opportunità e produce insicurezza, esalta il merito e riproduce le disuguaglianze, invoca la libertà individuale e lascia sempre più persone sole davanti alle difficoltà?
Il diritto allo studio non è separabile dalle condizioni economiche delle famiglie. La possibilità di scegliere il proprio percorso non è reale se le risorse disponibili determinano in partenza ciò che ciascuno può permettersi. La conquista di un’autonomia personale diventa più difficile quando il lavoro è precario, il salario non consente di vivere indipendentemente e il costo della casa allontana la prospettiva di costruirsi una vita.
A tutto questo si aggiunge la percezione di un mondo nel quale la guerra è tornata a occupare il centro delle decisioni internazionali, mentre si aumentano le spese militari in società attraversate da bisogni sociali insoddisfatti. Per molti giovani la questione non riguarda soltanto la politica estera: riguarda le priorità di un sistema che appare capace di mobilitare risorse enormi per alcuni obiettivi e molto meno disponibile quando si tratta di garantire diritti e opportunità.
Non tutti gli studenti condividono le stesse analisi e non tutte le loro rivendicazioni sono necessariamente fondate. Ma sarebbe un errore liquidare queste inquietudini senza misurarsi con le contraddizioni che le alimentano. La protesta può essere confusa, contraddittoria, persino inefficace. Può non avere un programma definito e non sapere ancora come trasformare il dissenso in un progetto. Ma la mancanza di una soluzione già pronta non cancella la legittimità delle domande.
La rabbia non nasce dal nulla. E quando una generazione manifesta la sensazione di non avere voce, il problema non può essere risolto chiedendole semplicemente di parlare più piano.
La condanna dei danneggiamenti non può diventare una scorciatoia
I danneggiamenti vanno condannati. La libertà di manifestare non autorizza a distruggere beni pubblici, a intimidire chi dissente o a violare i diritti degli altri. Non c’è alcuna contraddizione nel difendere il diritto alla protesta e, nello stesso tempo, chiedere che le manifestazioni rispettino la legge. La contraddizione nasce quando la condanna di comportamenti illegali diventa il modo per evitare qualsiasi discussione sulle ragioni del dissenso.
In quel momento il giudizio sul comportamento sostituisce il giudizio sulla realtà. La cronaca degli scontri prende il posto dell’analisi delle rivendicazioni; le immagini più spettacolari oscurano le domande meno visibili; il conflitto sociale viene ricondotto a una questione di disciplina. È una scorciatoia rassicurante, perché consente di individuare una responsabilità immediata senza mettere in discussione le responsabilità più diffuse. È più semplice chiedere agli studenti di rispettare le regole che chiedersi se quelle regole, insieme alle politiche che dovrebbero renderle effettive, garantiscano davvero le opportunità e i diritti che proclamiamo.
Naturalmente, le istituzioni hanno il dovere di tutelare la sicurezza e di intervenire contro le condotte illegali. Ma nessuna misura di ordine pubblico può sostituire una politica per l’istruzione, il lavoro, l’abitare e l’uguaglianza. Si può interrompere un’occupazione, disperdere una manifestazione, identificare i responsabili di un danneggiamento. Non si può, con gli stessi strumenti, risolvere il disagio che attraversa una generazione.
La repressione di una condotta e la rimozione delle cause di un conflitto appartengono a piani diversi. Confonderli significa attribuire alla forza una capacità che non possiede: quella di produrre consenso e fiducia.
La crisi non è soltanto dei giovani. È della politica
Il punto più delicato riguarda la rappresentanza. Una parte delle mobilitazioni studentesche nasce e si sviluppa fuori dai canali tradizionali dei partiti e delle organizzazioni sindacali. Si aggrega attraverso collettivi, assemblee, reti informali, campagne sui social. Può unire rivendicazioni diverse senza costruire una direzione comune. Questa autonomia consente a molti ragazzi di partecipare senza riconoscersi nelle strutture esistenti, ma rende anche più difficile trasformare la protesta in una forza capace di durare e incidere sulle decisioni pubbliche.
Non basta, dunque, celebrare la spontaneità. Una piazza può rendere visibile un problema, ma per modificarne le cause occorrono organizzazione, elaborazione politica, obiettivi e continuità. Senza questi strumenti, il rischio è che la mobilitazione si esaurisca e che, una volta tornati a casa gli studenti, tutto riprenda come prima.
Ma questa difficoltà non può essere addebitata soltanto ai giovani.
Interroga anche le organizzazioni che un tempo raccoglievano il conflitto sociale e gli davano una prospettiva. Interroga i partiti che hanno smarrito il rapporto con una parte del mondo del lavoro e con le nuove generazioni. Interroga una sinistra che, quando non riesce a riconoscere le forme contemporanee del dissenso, rischia di limitarsi a interpretarle con categorie appartenenti a un’altra stagione. Non si tratta di rimpiangere un passato nel quale la partecipazione era più organizzata. Anche allora esistevano esclusioni, gerarchie e limiti. Si tratta di capire perché oggi sia così difficile costruire luoghi nei quali le persone possano riconoscere i propri problemi come questioni collettive e trasformarli in un progetto di cambiamento.
Una politica che si limita ad amministrare l’esistente, senza mettere in discussione la distribuzione delle risorse e del potere, lascia un vuoto. E quel vuoto non viene necessariamente occupato da una nuova politica: può essere riempito dalla disillusione, dal ripiegamento individuale, dalla rabbia senza sbocchi. Per questo la sinistra non dovrebbe chiedersi come utilizzare il consenso degli studenti, ma come contribuire alla costruzione di uno spazio politico nel quale le loro domande possano diventare proposte, conflitto democratico e trasformazione sociale. Non per parlare al loro posto, ma per rendere possibile una partecipazione che non si esaurisca nella protesta.
La memoria non è un antidoto alla ribellione
Torniamo alla domanda da cui siamo partiti: portare libri sulla memoria nelle scuole può essere una risposta? Sì, se intendiamo la lettura come occasione di conoscenza, confronto e formazione critica. No, se immaginiamo la memoria come una medicina capace di correggere automaticamente i comportamenti dei giovani o come uno strumento per ricondurli a un’obbedienza che non vogliamo mettere in discussione.
La vicenda di Ezio Vallerio appartiene a un tempo preciso, segnato dalla dittatura, dalla guerra e dalla lotta contro il nazifascismo. Non possiamo sovrapporre quella realtà alla società democratica nella quale viviamo. Le differenze storiche sono sostanziali e vanno rispettate. Ma la memoria della Resistenza contiene una lezione che va oltre la celebrazione dei suoi protagonisti: la libertà non è nata dalla passiva accettazione dell’ordine esistente. È stata conquistata attraverso scelte, assunzione di responsabilità, solidarietà e conflitto contro un potere che negava i diritti fondamentali.
Questo non significa equiparare la lotta partigiana alle proteste studentesche. Significa riconoscere che la democrazia non è un sistema nel quale ai cittadini viene chiesto soltanto di rispettare ciò che esiste. È anche lo spazio nel quale le persone possono contestare le decisioni, denunciare le ingiustizie e rivendicare trasformazioni.
La Costituzione nata dalla Resistenza non si limita a garantire libertà formali. Indica un orizzonte di uguaglianza sostanziale, partecipazione e dignità del lavoro. Il suo articolo 3 assegna alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. È una promessa che riguarda direttamente i giovani. E che deve essere giudicata sulla base della realtà, non soltanto delle celebrazioni ufficiali.
Se raccontiamo la Resistenza ai ragazzi senza parlare delle disuguaglianze che persistono, del valore della partecipazione e delle responsabilità delle istituzioni, rischiamo di ridurla a un patrimonio simbolico separato dalla vita. Se invece la memoria diventa occasione per discutere del significato della libertà, dei diritti e della possibilità di cambiare la società, allora può contribuire a formare cittadini consapevoli.
Non dobbiamo chiedere ai giovani di ripetere le scelte dei partigiani. Dobbiamo offrire loro gli strumenti per comprendere la storia e assumersi le responsabilità del proprio tempo.
Non chiediamo ai ragazzi di salvare il mondo
C’è una responsabilità che non possiamo scaricare sulle nuove generazioni: quella di rimediare agli errori accumulati dagli adulti.
Non possiamo chiedere ai giovani di salvare il mondo e, contemporaneamente, negare loro gli strumenti per partecipare alle decisioni che lo riguardano. Non possiamo esaltarne la creatività e poi trattare il loro dissenso come un fastidio. Non possiamo invitarli a essere protagonisti del futuro se, nel presente, li consideriamo interlocutori soltanto quando non disturbano.
La risposta alle proteste non può essere una predica collettiva sul rispetto delle regole, così come non può essere l’indulgenza verso ogni comportamento in nome di una generica ribellione. Deve essere una discussione politica capace di affrontare le condizioni materiali della vita dei giovani e il loro rapporto con le istituzioni.
Servono una scuola pubblica che riduca le disuguaglianze, politiche che rendano effettivo il diritto allo studio, opportunità di lavoro che consentano autonomia, interventi che rendano accessibile l’abitare. Servono luoghi nei quali gli studenti possano partecipare alle decisioni, discutere le proprie condizioni e verificare che le loro richieste producano conseguenze.
Non sono concessioni da offrire per placare una protesta. Sono responsabilità pubbliche che esistono indipendentemente dalla presenza di una piazza.
La domanda emersa durante la presentazione del libro su Ezio Vallerio mi sembra allora ancora più importante di quanto apparisse in quel momento. Non riguarda soltanto come educare i giovani, ma quale idea di democrazia vogliamo trasmettere loro. Se la memoria della Resistenza deve servire a qualcosa, non può essere utilizzata per chiedere alle nuove generazioni di stare al loro posto. Deve aiutarci a comprendere il valore della libertà, la necessità della partecipazione e il dovere di non considerare inevitabili le ingiustizie.
I ragazzi non hanno il compito di salvare il mondo che abbiamo costruito. Hanno il diritto di contestarlo e di provare a cambiarlo. A noi spetta il dovere di non lasciare che la loro protesta si perda nel rumore degli scontri o venga liquidata come un problema di disciplina.
La domanda, in fondo, non è perché i giovani siano tornati in piazza. È perché una società che si proclama democratica fatichi tanto a riconoscere nel loro dissenso una questione politica. E soprattutto, se siamo ancora capaci di offrire loro qualcosa di più della richiesta di obbedire: ragioni per sperare, strumenti per partecipare e la possibilità concreta di cambiare ciò che non funziona.

