Il futuro non è una variabile dipendente

Agenda 2030. Il fallimento delle promesse e la necessità di cambiare modello di sviluppo

Nel settembre di undici anni fa, centonovantatré governi firmavano alle Nazioni Unite l’Agenda 2030. C’era, o fingeva di esserci, una convergenza di fondo: la crescita economica non può valere come dogma se produce miseria, se divide il mondo tra chi gode del benessere e chi subisce l’esclusione, se ipoteca le risorse di chi verrà dopo. Diciassette obiettivi e centosessantanove traguardi cuciti insieme con l’ambizione di rimettere in asse ciò che decenni di liberismo avevano sradicato: economia e giustizia sociale, ambiente, diritti e democrazia.

Oggi, il quadro restituito dal Rapporto ASviS 2026 – presentato alla Camera proprio in questi giorni – ha il sapore amaro della resa dei conti. L’Europa arranca, l’Italia sprofonda indietro. Non siamo davanti a un semplice ritardo di tabella di marcia, a un intoppo burocratico che si risolve con qualche aggiustamento tecnico. È il fallimento strutturale di un modello di sviluppo che, nei fatti, continua a inchiodarsi ciecamente alle vecchie gerarchie del profitto e del dominio politico.

Prendiamo l’Italia. Dei trentotto target monitorati dall’ASviS, ben ventidue sono irraggiungibili sulla rotta attuale. Più della metà. E su cinque fronti cruciali – povertà, risorse idriche, disuguaglianze, ecosistemi e qualità delle istituzioni – non ci limitiamo a stagnare: peggioriamo rispetto a quindici anni fa. Non è incapacità amministrativa. È il conto salato di scelte precise, di agende politiche che hanno sistematicamente barattato il futuro collettivo con le convenienze del presente. Ripeterci che “la crescita pensa a tutto” è una menzogna che il dibattito pubblico continua a rimuovere colpevolmente.

La falsa neutralità dello sviluppo

Per decenni ci hanno raccontato che lo sviluppo coincide col PIL, con l’accumulazione mercantile, con la febbre dei consumi: la famosa ricchezza che, traboccando in basso, avrebbe magicamente azzerato i divari. La realtà ha fatto a pezzi la favola.

La crescita economica può convivere tranquillamente con salari da fame, con la giungla della precarietà, con la concentrazione oscena della ricchezza in poche mani, col saccheggio del territorio e lo smantellamento del welfare. Può aprire praterie di guadagno per pochi e gettare nella disperazione materiale una moltitudine.

È qui che l’Agenda 2030 mostra tutta la sua ambivalenza: ha il merito di legare a filo doppio economia, socialità e ambiente, ma evita accuratamente di mettere in discussione i rapporti di forza reali che impediscono quel cambiamento. La transizione ecologica, per dirne una, diventa una beffa se a pagarne il conto sono i ceti subalterni e i lavoratori. La competitività non può continuare a essere il randello con cui si schiacciano salari e tutele. E la difesa dell’ambiente non può trasformarsi nell’ennesimo business per speculatori, mentre i territori franano sotto i colpi del dissesto. Non esiste transizione verde senza giustizia sociale, né emancipazione sociale se deleghiamo al mercato il compito di correggere i propri disastri.

Il prezzo politico delle disuguaglianze

L’Italia fa da specchio a questo cortocircuito. Oltre cinque milioni di persone affondano nella povertà assoluta, intrappolate nel ricatto del lavoro povero. L’occupazione femminile resta il fanalino di coda d’Europa, la sanità pubblica viene dissanguata e frammentata dai divari regionali, e il diritto allo studio è ormai un privilegio geografico e di ceto.

A tutto questo si sommano le emergenze materiali: la sete delle falde, la transizione energetica bloccata, il cemento che mangia suolo. Non sono crisi parallele: sono i sintomi dello stesso identico male, ovvero l’impotenza (o la complicità) di una classe dirigente incapace di legare i diritti delle persone ai limiti ecologici del pianeta. Il Mezzogiorno, le periferie urbane, le aree interne continuano a fare da ammortizzatore sociale a un sistema che non sa redistribuire. E il PNRR, al netto delle piogge di miliardi, rischia di ridursi a un esercizio contabile se non si traduce in lavoro stabile, servizi universali e riscatto strutturale.

Il pericolo vero, oggi, è che l’Agenda 2030 venga liquidata come un libro dei sogni buono per i convegni, da archiviare per fare posto alle priorità muscolari del momento: la competizione globale, la militarizzazione, la gestione securitaria delle crisi.

E invece è esattamente il contrario. La devastazione climatica, l’esplosione delle disuguaglianze e il collasso dei sistemi sanitari non sono incidenti di percorso: sono il prodotto della logica del profitto immediato. L’Agenda di per sé non rovescia i rapporti di forza e non indica quali interessi economici debbano essere espropriati o tassati. Ma ci consegna una bussola irrinunciabile: ambiente, diritti, democrazia ed equità sociale o camminano insieme, o soccombono insieme.

La domanda da cui bisogna ricominciare a far partire la politica è radicale e spietata: quale società vogliamo costruire, e a vantaggio di chi? Se il 2030 servirà solo a certificare un fallimento, avremo perso molto più di un obiettivo formale. Avremo accettato che il futuro sia soltanto una replica peggiore del presente.

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