Vietato arrampicarsi, consentito inciampare

C’è un momento nelle città in cui i cartelli iniziano a parlare più delle persone. Non perché dicano cose particolarmente intelligenti, ma perché diventano più numerosi, più insistenti, più pervasivi delle voci, dei giochi, delle abitudini quotidiane. A Sestri Levante questo momento sembra essere arrivato con una certa puntualità amministrativa: prima il pallone, poi i panni stesi, ora perfino gli alberi.

“Non arrampicarsi sugli alberi”. Il cartello, inchiodato al tronco, ha qualcosa di involontariamente letterario: una sorta di favola al contrario, dove al posto del bambino che sale per vedere il mondo c’è un omino che cade. Fine della storia. O meglio: fine dell’infanzia.

Sia chiaro: la motivazione è ineccepibile. I rami si possono spezzare, qualcuno può farsi male. La sicurezza è un dovere pubblico, e nessuno può ragionevolmente contestarlo. Ma è proprio qui che nasce una sottile inquietudine. Perché quando la città si organizza solo attorno al principio del rischio da evitare, smette lentamente di essere un luogo da vivere e diventa uno spazio da sorvegliare.

La tecnica del divieto ha un grande vantaggio: è semplice, immediata, apparentemente efficace. Non richiede immaginazione, non chiede progettazione sociale, non implica relazione. Si mette un cartello e il problema è formalmente risolto. O almeno archiviato.

Poi però basta alzare lo sguardo — e non per arrampicarsi — per vedere che la realtà è meno ordinata del cartello. Gli alberi, ad esempio: se non curati, se non potati, i rami cadono anche senza bambini sopra. Il vento, si sa, non legge le ordinanze.

Poco più in là, le nuove rastrelliere per biciclette: strutture solide, geometriche, quasi invitanti. Non è difficile immaginare che per un bambino rappresentino esattamente ciò che il cartello vieta altrove: una sfida, un gioco, una scalata possibile. Con una differenza: qui il rischio non è segnalato.

E ancora, la passeggiata a mare di Riva Trigoso. Un’opera recente, elegante, affacciata su uno dei tratti più belli della costa. Ma quei gradini — netti, inclinati, continui — sembrano concepiti più per l’occhio che per il passo. Una piccola pista di potenziale inciampo, soprattutto per chi è anziano, distratto, o semplicemente umano. Una barriera architettonica che non ha bisogno di cartelli: basta provarla.

E infine, quasi in controluce rispetto a tanta solerzia regolativa, la zona giochi. A pochi metri dai divieti, l’altalena senza catene. Rimossa per manutenzione, si immagina. Non più ripristinata, si constata. Qui il rischio non è teorico, né disciplinato: è l’assenza stessa del gioco. Un vuoto che non fa rumore, ma dice molto.

Allora il punto non è negare la necessità delle regole. Il punto è chiedersi quale idea di città stia emergendo. Una città che previene tutto, o una città che abilita la vita? Una città che teme i comportamenti, o che li orienta? Una città che scrive divieti, o che costruisce possibilità?

Colpisce, in questo senso, il contrasto con quelle immagini di città “aperte”, dove nello spazio pubblico si può ancora giocare a pallone, studiare in un bar, sostare senza dover consumare. Non è un’utopia lontana: è una diversa grammatica. Lì il cittadino non è un potenziale trasgressore, ma un soggetto da accompagnare.

A Sestri Levante, invece, si avverte il rischio di una progressiva infantilizzazione al contrario: non più bambini che crescono esplorando, ma adulti trattati come bambini da contenere. “Non fare”, “non salire”, “non disturbare”. Una pedagogia negativa, dove l’orizzonte dell’azione si restringe fino a diventare prudente immobilità.

Eppure le città, soprattutto quelle di mare, hanno sempre avuto un’altra natura. Sono luoghi di passaggio, di incontro, di libertà imperfetta. Luoghi dove si impara anche cadendo — certo non da altezze pericolose, ma abbastanza per capire il proprio corpo e il mondo.

Forse allora la questione non è togliere i cartelli, ma riequilibrare il racconto urbano. Accanto al “non si può”, restituire spazio al “qui si può”. Qui si può giocare, qui si può stare, qui si può crescere. Perché una città senza questa seconda voce rischia di diventare impeccabile e, insieme, inabitabile.

E a quel punto, più che arrampicarsi sugli alberi, verrebbe voglia di cercarne uno abbastanza alto da guardarla da lontano. Non per sfuggirle, ma per ricordarsi com’era, quando non aveva paura dei suoi cittadini.

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