Il modello di città che vogliamo

Ogni estate il tema si ripresenta puntuale: mancano bagnini, camerieri, cuochi, baristi, personale stagionale. Accade a Sestri Levante come lungo gran parte della costa ligure. E ogni volta riaffiora la spiegazione più comoda, quella che scarica ogni responsabilità sui giovani: “non hanno più voglia di lavorare”.

È una narrazione tanto semplice quanto falsa.

I ragazzi lavorano eccome. Studiano, si formano, cercano opportunità dignitose. Quello che sempre più spesso rifiutano — giustamente — sono condizioni di sfruttamento che per troppo tempo sono state considerate normali. Contratti di due o tre mesi, sette giorni su sette, dieci o dodici ore al giorno, stipendi che spesso non arrivano a sei euro l’ora, lavoro nero o grigio, ferie inesistenti, malattia non riconosciuta, liquidazioni evaporate. Tutto questo in settori che richiedono professionalità, responsabilità e presenza continua.

Il caso dei bagnini è emblematico.

Non stiamo parlando di un lavoro qualsiasi. Parliamo di sicurezza pubblica, di vite umane, di responsabilità enormi. Per ottenere il brevetto occorrono corsi, aggiornamenti, spese economiche e impegno fisico. Eppure a molti giovani viene chiesto di assumersi responsabilità persino penali in cambio di condizioni lavorative precarie e salari insufficienti.

È evidente che il problema non sia la mancanza di disponibilità al lavoro. Il problema è un modello economico che, in troppi casi, tenta di massimizzare i profitti comprimendo il costo del lavoro e scaricando tutto il peso organizzativo sui lavoratori stagionali.

Questo riguarda direttamente il modello di città che vogliamo costruire.

Sestri Levante non può continuare a inseguire un turismo quantitativo, fondato sulla rincorsa continua ai numeri, ai weekend pieni, all’intensificazione estrema dei mesi estivi, senza interrogarsi sulla qualità sociale del proprio sviluppo. Perché dietro le cartoline e gli eventi ci sono persone che lavorano. E una città che accetta il lavoro povero come elemento strutturale del proprio sistema turistico finisce inevitabilmente per impoverire sé stessa.

Il rischio del declino silenzioso passa anche da qui.

Passa da un’economia che vive di stagionalità estrema e di precarietà cronica. Passa dall’idea che il turismo possa reggersi su salari bassi e diritti ridotti. Passa dalla trasformazione del lavoro giovanile in una zona grigia dove tutto viene giustificato “perché tanto è solo estate”.

Ma non esiste qualità turistica senza qualità del lavoro.

Un territorio che vuole qualificare la propria offerta deve pretendere professionalità, stabilità, formazione, sicurezza e rispetto della dignità e dei diritti del lavoro. E questo non può essere lasciato soltanto alla buona volontà dei singoli imprenditori. Serve una scelta politica e amministrativa chiara. Le imminenti gare sulle concessioni demaniali potrebbero rappresentare un’occasione importante. Non risolveranno da sole il problema occupazionale, ma potrebbero introdurre criteri precisi: applicazione rigida dei contratti sui tempi di lavoro, un salario minimo dignitoso – non al di sotto dei 9/10 euro all’ora – limiti all’utilizzo improprio del lavoro precario, garanzie sui turni, trasparenza salariale, tutela della sicurezza, valorizzazione della formazione professionale.

Le concessioni pubbliche non possono essere considerate soltanto strumenti economici. Sono anche strumenti attraverso cui una comunità decide quale idea di sviluppo premiare.

Chi investe sul lavoro regolare, sulla qualità dell’occupazione e sulla dignità delle persone dovrebbe essere favorito rispetto a chi compete comprimendo salari e diritti.

Perché la vera domanda non è se mancano i lavoratori.

La domanda è: quale città vogliamo essere?

Una città che vive di sfruttamento stagionale e di precarietà diffusa, oppure una comunità che considera il lavoro dignitoso parte integrante della qualità del proprio sviluppo turistico?

Da questa risposta dipende molto del futuro di Sestri Levante.

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