Una passeggiata e molte domande

Venerdì 15 maggio verrà inaugurata la nuova passeggiata di Riva Trigoso. Come sempre accade quando un intervento pubblico ridisegna i luoghi del quotidiano, la comunità si è divisa in due fazioni: favorevoli e contrari. È una dinamica quasi fisiologica, ma forse il punto non è scegliere da che parte stare. Il vero tema è capire come si costruisce, oggi, il rapporto tra grandi opere e cittadini.

Perché il caso di Riva Trigoso è uno specchio. Riguarda il modo in cui immaginiamo il futuro dei nostri borghi.

L’intervento sul lungomare, finanziato con oltre quattro milioni di euro del PNRR, ha un obiettivo dichiarato: trasformare Riva da polo industriale e di transito a borgo turistico-residenziale, puntando su mobilità dolce e qualità urbana. Un intento legittimo, per molti versi condivisibile. Restituire spazi alle persone è una scelta moderna e spesso necessaria; tuttavia, proprio perché queste trasformazioni incidono sul “corpo vivo” di una comunità, devono nascere da una visione d’insieme.

Qui sorge il problema.

In Liguria viviamo su una striscia di terra fragile e compressa. Pedonalizzare senza aver prima costruito alternative significa semplicemente spostare il problema poche centinaia di metri più in là: alleggerire un tratto per sovraccaricarne altri. Prima di chiudere al traffico, servono soluzioni: viabilità alternativa per i mezzi pesanti, parcheggi periferici, navette efficienti. Pianificazione, non reazione. Altrimenti, il beneficio resta confinato a una “vetrina” fronte mare, mentre il disagio si distribuisce sul resto del territorio.

La discussione, dunque, non può ridursi all’estetica. Non è una gara di gusti. Il nodo è la funzionalità. Le opere pubbliche non sono rendering da ammirare, ma luoghi da abitare.

E qui emerge la seconda questione: il controllo di qualità. Com’è possibile che nel 2026 si progettino ancora spazi disseminati di gradini, dislivelli e ostacoli poco visibili? Perché l’impatto visivo prevale ancora sulla sicurezza di una popolazione sempre più anziana? Queste domande non nascono per polemica, ma dall’osservazione: troppo spesso manca una verifica sull’uso reale degli spazi. Un progetto può essere graficamente impeccabile, ma se risulta ostico per una carrozzina, un bambino che corre o chi cammina sotto la pioggia o sotto il sole, ha fallito la sua missione primaria.

La qualità di un’opera non si misura il giorno del taglio del nastro, ma nella sua tenuta e, soprattutto, nella capacità di migliorare davvero la vita delle persone.

I fondi del PNRR non sono risorse astratte; sono investimenti che i contribuenti europei chiedono di trasformare in utilità duratura. Per questo la priorità non dovrebbe essere “spendere a ogni costo”, ma scegliere bene e, soprattutto, condividere.

Negli ultimi anni si è imposta una cultura amministrativa del “fatto compiuto”: i cittadini vengono informati a decisioni già prese, ridotti a pubblico che può solo applaudire o protestare. Ma la partecipazione vera è un’altra cosa. Significa coinvolgere e ascoltare prima. Non perché i tecnici abbiano torto a prescindere, ma perché le città non appartengono ai progettisti o alle giunte di turno: appartengono a chi le vive.

Le opere pubbliche migliori sono quelle che tengono insieme competenza e consenso, bellezza e funzione. Forse è questo il punto da cui ripartire: trasformare ogni cantiere in un’occasione di confronto autentico. Con meno tifoserie, meno imposizioni e più ascolto. Perché un’opera pubblica non dovrebbe dividere una comunità, ma farla sentire protagonista.

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